giovedì 19 aprile 2018

Del mio Latinorum di una volta e del Busillis


Ieri sera mentre ero sull'autobus diretto a Spinea, detta “Spinella”, anonimo paesone della cintura di Mestre senza nulla di particolare da segnalare che non sia l’aver dato i natali alla Federica Pellegrini, l’ospitare lo studio di fisioterapia che si occupa delle mie cervicali ed avere una gelateria che propone il gusto pera e zenzero, davvero squisito, ascoltavo le due giovani ragazzotte in età da ginnasio sedute vicino a me che si scambiavano commenti e ansie su un compito di latino che non ho capito se l’avessero già svolto o fosse ancora da fare. Ad ogni modo, una di queste aveva riferito all'altra che Google Translator offriva la possibilità di tradurre dall'italiano al latino e viceversa. 

Quest’ultima cosa, che non sapevo, mi ha incuriosito e così, tornato a casa, ho aperto il programma, e, dopo aver verificato che tra le varie lingue ci fosse davvero il latino, vi ho digitato: “Questa è una prova di traduzione dall'italiano in latino, che avendola avuta a diposizione ai miei tempi, mi avrebbe fatto comodo” ottenendone in cambio questa traduzione: “Ex Italica in Latinam hic est temptare translatione, quae erat plena disponibilitate habens meam in die me esse commoda” che mi ha indotto subito a sperare che la poveretta non seguisse il consiglio dell’amica traducendo il suo prossimo compito con Google. 

Visto che siamo in argomento e che annovero tra i miei amici di Facebook diverse persone che lo insegnano o ne hanno ancora grande dimestichezza, vi dirò che il mio ondivago sentimento verso il latino è nato fin dai tempi delle medie e curiosamente con la matematica, perché avendo consegnato in bianco uno dei periodici compiti, la professoressa di allora me lo aveva vergato con la scritta in penna a biro rossa “Tabula rasa in qua nihil scriptum est” dandomi però “1” invece dello "zero" che mi aspettavo perché almeno mi ero preso il disturbo di intestare il foglio e di trascrivere le equazioni da risolvere. Da lì in poi e a partire dal ginnasio, quando l’insegnamento delle lingue antiche aveva iniziato a farsi serio, mentre con il greco si era accesa da subito un’incomunicabilità reciproca immediata e protratta nel tempo tanto che oggi dei brani dell’Ifigenia in Aulide imparati a memoria ricordo più facilmente la versione goliardica “Ifigonia” con le vergini dai candidi manti e quel che ne seguiva, con il latino ho vissuto tutta una montagna russa di sentimenti. A volte lo amavo e a volte lo detestavo, provando nei suoi confronti gli stessi sentimenti di Catullo: Odi et amo. Qua re id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior

Alcuni autori (Cesare in primis, Lucrezio e a volte Cicerone) mi divertivo a tradurli, altri, come Seneca o Tacito erano difficili e spesso i loro testi erano dei pipponi moralistici di una noia mortale (non a caso il giovane imperatore di cui erano precettori spesso li faceva assassinare). 

Comunque, negli anni del liceo il latino, anche se zoppicavo nello studio e quindi nei voti, non è mai stato un vero problema e, ad ogni modo, consentendomi di intuire a grandi linee il senso di quel che avrei dovuto tradurre, mi ha risparmiato situazioni imbarazzanti come quella con la severa professoressa di Modena, commissaria esterna per la maturità, che non appena mi ebbe di fronte per sostenere l’orale, mi disse che non vedeva l’ora di conoscere il brillante stratega che nella versione dal greco aveva attribuito a Pericle il consiglio agli ateniesi di incendiare le navi della propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città. La mia tesi che Pericle facesse il doppio gioco al soldo degli spartani, non fu accolta.





Diciamo comunque che chiudendo il periodo scolastico, mentre con il greco c’era stato un “addio e a mai più rivederci…” con il latino avevo deciso sostanzialmente una sospensione del giudizio. Una cosa come quel “non bene, ma neppure male” che caratterizzava le mie prove scritte. Non ero certo al livello di quel parroco di campagna di secoli fa che ad un suo fedele che gli chiedeva di spiegargli che volesse dire "In diebus illis" aveva risposto che le Indie era chiaro cosa fossero, ma il Busillis restava un mistero. Però non ero nemmeno così lontano da tradurre senza vocabolario, come faccio ora. Aurea mediocritas, insomma. 

La svolta è arrivata inattesa durante l’università, quando, per una evidente nemesi storica o il karma (fate voi) essendo quello sull’Esegesi delle fonti del diritto penale uno dei pochi esami con un 30/30 sul mio libretto, mi ero imbarcato in una tesi sul diritto penale veneto del 1500, non considerando che così avrei dovuto consultare testi giuridici dell’epoca e le cinquecentine con i verbali dei processi delle Quarantie Criminali o dei Siori della Notte al Criminal, ovvero i principali Tribunali Penali della Serenissima. Quest'ultimo, era una sorta di tribunale speciale, formato da un collegio di sei nobili estratti a sorte e a rotazione, incappucciati per non essere poi riconosciuti da chi cercasse vendetta. Aveva competenza esclusiva per tutti i reati compiuti nottetempo (delitti, furti ma anche adulteri, gioco d'azzardo, ubriachezza molesta e perfino bestemmie) e dunque punibili con sentenza immediata avvalendosi nei casi più gravi, visto che si riunivano nella “Sala del tormento” del Palazzo Ducale, anche di qualche tratto di corda da infliggere ai fermati per ottenere ampie e circostanziate confessioni. Ovviamente, i testi erano scritti in un latino già abbondantemente corrotto dal tempo rispetto a quello classico che avevo studiato e i verbali dei tribunali erano redatti a mano dai cancellieri, con grafie di secoli fa (che li rendevano affascinanti) e spesso in modo abbreviato. Però, ora, finalmente, sapevo cosa farmene del latino e a cosa mi servisse e quei testi che consultavo all'Archivio di Stato o alla Marciana avevano una caratteristica unica: raccontavano fatti veri, accaduti in luoghi che conoscevo e che potevo perfino immaginare nel loro svolgersi. Insomma, era quasi come leggere un Gazzettino di almeno quattro secoli prima.





Per esempio, c’era la vicenda del fruttivendolo di campo Sant’Aponal che rientrato a casa prima del previsto aveva sorpreso la moglie in compagnia di tale Bartolomeo Bognòlo da Treporti, caleghèr (calzolaio) ma senza fissa dimora. Peccato che i due amanti sorpresi dal marito, anziché fuggire avessero provato ad uccidere a coltellate (senza poi riuscirci) il poveraccio e quindi i testimoni raccontano gli strilli dell’uomo affacciato alla finestra in calle che chiedeva aiuto ai passanti gridando “I me còpa! I me còpa…”. Ma c’era anche la vicenda tragica e comica allo stesso tempo del capitano di una Cocca veneziana (una tipica nave mercantile) sospettato di aver venduto in Dalmazia una parte del carico di olio e vino affidatogli in Grecia affermando invece di averlo perso in mare. Il poveraccio, detenuto ai piombi in attesa di giudizio si rifiutava di mangiare digrignando i denti e quindi al tribunale veniva chiesto il permesso di nutrirlo a forza spaccandogli i denti con un martello onde potergli infilare un imbuto in bocca. Pare che poi il poveretto alla sola vista del martello avesse cambiato idea, confessando anche i nomi dei complici. Ma ovviamente c’erano anche tutte le storie dei conventi di clausura sparsi tra le varie isole della laguna, che ogni tanto, a seguito di qualche soffiata, venivano chiusi in quanto in realtà erano dei veri postriboli frequentatissimi da chi se lo poteva permettere (suore e frati erano abbastanza venali) e la Serenissima chiudeva anche un occhio sulla scarsa vocazione delle monache ma siccome ogni tanto gli orfanotrofi, come quello della Pietà, si riempivano all'eccesso di neonati abbandonati in culla o ci scappava la rissa con il morto, chiudeva baracca e burattini e qualcuno finiva ai Piombi. C’era tra le tante che ho letto anche la vicenda, riportata anche nella mia tesi, di un magistrato che mascheratosi con una bauta aveva fatto irruzione con alcuni sbirri alle quattro di mattina dentro l’osteria dell’Antica Rizza in Calle larga San Marco (praticamente dove abitavo io) sorprendendo molte persone tra le quali alcuni preti che giocavano a Bassetta e Faraone, un gioco d’azzardo proibito. Tutti vennero condannati dal giudice alla multa di sei ducati d’argento oltre ad alcuni “baradori” di professione che vennero banditi dal territorio della Repubblica assieme ad un tale che all'apparire delle guardie aveva bestemmiato più volte. 

Mi fermo qui, altrimenti divento più prolisso e noioso di Seneca e comunque, casomai a qualcuno fosse venuta l’idea per i propri figli, sappiate che non faccio ripetizioni private di latino. Tanto gli piacerà dopo il liceo…

venerdì 6 aprile 2018

Delle cene di fine liceo di una volta e delle giacche misteriosamente smarrite



Ieri sera ho finito di restaurare con Photoshop questa foto, completamente ingiallita e assai malandata, che mi ritrae alla cena di fine liceo, subito dopo la maturità e vi racconto la sua storia perché mi è molto cara. La cena si era svolta al ristorante Antico Martini, nel campiello del Teatro La Fenice. Non ho mai saputo chi fosse stato tra noi il figlio di... papà, con presumibile casa a Cortina, che aveva scelto quel locale invece della solita pizzeria da studenti e, del resto, nella nostra classe almeno quattro o cinque "cagoni" sospettabili, tra figli di primari, antiquari, grandi avvocati e gioiellieri c'erano di sicuro ed altrettante di "cagone", se non di più, ce n'erano nell'altra sezione femminile, che quella sera cenava assieme a noi. Infatti, quello scelto per la nostra cena era un ristorante piuttosto pretenzioso (pare ci avessero cenato anche Margaret d'Inghilterra e altre teste coronate) e quindi la serata, con pesce pregiato e carta dei vini adeguata (mica il fritto misto di anguelle e calamari e la caraffa da litro di prosecco alla spina) era costosetta assai, tanto che ricordo con un senso di colpa l'espressione corrucciata di mia madre nel darmi la mia quota. All'epoca, lei viveva solo con la sua pensione di reversibilità da vedova di guerra (mio padre era caduto in missione e anche se era un Capitano di Vascello le pensioni di quegli anni erano quel che erano) e faceva salti mortali per far vivere dignitosamente i suoi due figli. Ricordo che nell'occasione mi disse anche "Ti pago la cena solo perché sei stato promosso e non voglio che mio figlio faccia la figura con gli altri di quello che rimane a casa. Consideralo il tuo regalo per la maturità". E fu di parola, perché non mi arrivò altro se non un paio di libri.

Nella foto vi compare la Pia per la quale a quel tempo avevo una discreta cotta anche se, ovviamente, lei non mi filava nemmeno di striscio perché era una ripetente e aveva 19 anni mentre io all'epoca, essendo avanti di un anno, ero ancora un diciassettenne implume. Poi ci sono Francesco (che oggi purtroppo non c'è più) e Alberto, altri due miei compagni di classe, oltre al nostro bravissimo docente di matematica, che pochi anni dopo avrei incontrato nuovamente militando nel Manifesto, diventandone amico.


Sono quello con le orecchie a sventola, a capo tavola.


La foto mi diverte anche perché vi compaio con un'espressione felicemente ebbra (come del resto lascia intendere il numero di vuoti di bottiglia sul tavolo) e ho ancora addosso la giacca, che poi andrà misteriosamente persa nel corso di quella notte della quale ancora oggi non ricordo molto, se non che ero uscito dal ristorante tutto allegro e ridanciano con altri cinque o sei amici e amiche di pari livello etilico. Ricordo ancora (ma sempre più vagamente) Enrico che cavalcava i leoncini di marmo in piazza San Marco come John Wayne in "Soldati a cavallo" cantando canzoni irripetibili attorno alle due di notte e anche di aver scavalcato la ringhiera per andare a prendere i pesci rossi nella vasca dei giardini napoleonici perché c'era qualcuna tra noi che li voleva a tutti i costi e io con le ragazze sono sempre stato molto gentile (forse è lì che ho tolto la giacca, abbandonandola su una panchina).

Più tardi (molto più) abbiamo accompagnato a casa la Patrizia che sul portone ci ha baciato tutti più volte e appassionatamente (anche perché essendo una vera cozza, forse aveva sfruttato l'occasione), con sua madre che le urlava dal balcone se era quella l'ora di tornare e alla fine mi sono ritrovato da solo all'alba seduto su una panchina sulla fondamenta delle Zitelle alla Giudecca ad attendere il primo vaporetto per tornare a casa. Come e perché fossi finito lì, è un altro mistero insoluto. Che notti magiche si vivevano a quell'età!

giovedì 22 marzo 2018

Di quelli che ogni tanto si stancano di Facebook e si prendono una pausa di riflessione.


Non avevo molta voglia di scrivere questo post, ma alla fine, dai e dai, mi sono deciso. Non c'entra lo scandalo della Cambridge Analytica e l'odierno appello internazionale al DeleteFacebook (che lascerà il tempo che trova, visto che se cancelli l'account poi sarai nei guai con tutte le app. collegate) anche perché quanto emerso in queste ore in tutta la sua gravità è stato solo la formalizzazione di un qualcosa che in realtà immaginavamo tutti, anche se preferivamo far finta di non saperlo. Perché è chiaro che se ti trastulli con i test psicologici che trovi in bacheca non è che dei benefattori li mettono su Facebook per farti divertire gratis a scoprire che in un altra vita saresti stato Napoleone o Lucrezia Borgia e che l'animale che ti assomiglia di più è il pavone. Ovviamente, quei test servono alle società del settore per tracciare il tuo profilo di consumatore e conoscere i tuoi gusti e le cause che ti appassionano o ti indignano, nella vita e dunque anche in politica. Quindi, le anime belle che in queste ore protestano per la violazione della loro privacy e l'utilizzo illecito dei loro dati personali hanno senz'altro ragione, ma tuttavia fanno un po' sorridere perché la testa sotto la mannaia della speculazione commerciale e politica ce l'hanno messa loro spensieratamente e magari i test avrebbero dovuto rivelar loro che il personaggio a cui somigliavano era più Tafazzi che non Albert Einstein. 

Ma non è questo il punto. Il fatto è che da qualche tempo mi sto stancando sempre più di Facebook. Lo reggo a fatica e ho sempre meno voglia di addentrarmi tra le sue pagine che spesso mi danno solo un senso di fastidio. Quando ci sono entrato, diversi anni fa, anche per uscire da una fase psicologicamente difficile dopo la malattia, era ancora un posto frequentabile e simpatico nel quale potevi raccontare serenamente della tua vita, delle tue emozioni e dei tuoi interessi. Qualcuno ti metteva like, qualcuno ti ignorava, altri ti chiedevano l’amicizia o facevano dei commenti simpatici ai tuoi post o alle tue foto che ricambiavi. Un posto gradevole e non stressante in cui conoscere e fare amicizia, come poi è accaduto, con persone simili a me e che oggi mi sono molto care. 

Ora in questi ultimi anni troppe cose sono cambiate. Il web, grazie ai social e alla loro semplicità d'uso, purtroppo a prova d'idiota, è diventato oltre che un potente e illuministico strumento per l’espansione della conoscenza su scala planetaria anche un generatore e diffusore di ignoranza che oggi, paradossalmente, viene addirittura vissuta come un valore, una sorta di innocenza primigenia da contrapporre con orgoglio (vedi le università della vita che in tanti rivendicano sul proprio profilo) ad un mondo del sapere e delle competenze tanto lontano da noi e sicuramente corrotto e al soldo di chissà quali oscuri interessi.  

Di conseguenza, anche Facebook da qualche tempo si è incattivito ed è diventato un luogo dove c’è in giro tanta aggressività, pregiudizio e disinformazione e nel quale in mezzo a quel poco che ancora resiste di simpatico, socialmente impegnato, intelligente e gradevole, ti vengono propinate in maniera crescente bufale, provocazioni e stupidaggini di vario genere. Tutti commentano tutto e le loro sono sempre opinioni granitiche, da professorini o primi della classe con il ditino alzato che, se solo provi ad esporre un punto di vista diverso, ti fanno la morale, ti danno lezioni di vita e anche se le loro analisi sono sempliciotte e di una banalità sconcertante, fanno il pieno di like e l'antilope isolata viene subito sbranata dal branco dei suoi follower che si spalleggiano l'uno con l'altro. Lo so, potrei fare a meno di guardare in giro sulla bacheca e concentrarmi unicamente sul rapporto con i miei pochissimi amici, ma è più forte di me, sarà una pulsione masochistica o la curiosità dell'anatomopatologo ma ogni tanto mi viene la tentazione di affacciarmi sul Maelström degli umori quotidiani del popolo di Facebook e spesso ne rimango allibito e spaventato, come quando sulla cengia di una ferrata guardi in basso. Dunque è normale che ad un certo punto uno si chieda: "Ma che ci faccio io in un posto come questo?" e non trovi ancora una risposta accettabile. 

Sinceramente, se non fosse per le mie amiche e gli amici che mi seguono ormai da anni e non smetterò mai di ringraziare per l’affetto e la simpatia che mi dimostrano quotidianamente avrei già chiuso da tempo l’account, ma ancora non lo farò perché non voglio spezzare quel filo rosso di empatia e comune sentire che mi lega a tanti di loro, con alcuni dei quali ho perfino avuto l’opportunità di sviluppare l’amicizia anche al di fuori del web e con altri lo farò prossimamente e con grande piacere, per non parlare di quelli che conosco da una vita. Dunque, non spaventatevi perché non me ne vado. Semplicemente ho deciso che mi prendo una pausa per recuperare serenità, diradando la mia presenza. Continuerò a postare ogni tanto i miei racconti del blog e a linkarli sulla mia bacheca anche perché so che molti di voi si divertono a leggerli e del resto io mi diverto a scrivere per gli amici e, comunque, se volete restare in contatto ci sono sempre la chat e il what’s up. Che dire quindi? Ci rivediamo tra un po’ e intanto, siccome mala tempora currunt, beh, cercate di correre più veloci, io vi seguo appena posso. Ad maiora!


martedì 30 gennaio 2018

Di quando le ragazze ti sferruzzavano i maglioni


Un tempo, quando ti mettevi assieme con una ragazza in modo stabile, che non fosse la limonata "è stato bello conoscerci" delle feste del liceo, dovevi sottoporti a due prove d'amore. La prima era il salame di cioccolato che lei produceva in quantità industriale con i biscotti Oro Saiwa delle sue colazioni avanzati e infiappiti (dal vago sapore di muffa) e il cioccolato fondente anonimo comperato a cubettoni da grattugiare (che almeno avesse preso il Toblerone, che c'era anche la nocciola). Di conseguenza, dovendole anche fare i complimenti più menzogneri per tanta bontà ed essendo l'unico dolce che quell'anima appassionata sapesse fare, te lo riproduceva in continuazione per compiacerti, garantendoti così una rigogliosa fioritura di brufoli e altri piccoli fastidi. L'altra prova, ancora più dura da affrontare, era collegata all'ora di economia domestica che all'epoca veniva impartita a scuola alle nostre compagne ma anche al training alle virtù domestiche di una tipologia di madri oggi per fortuna residuale. 

Perché a quell'epoca, alle nostre ragazze (oltre a faccende "basic" di casa che ormai facciamo meglio noi maschietti grazie ai tutorial su You Tube) veniva insegnato a sferruzzare con i ferri da maglia e le matasse di lana. Quindi, oltre al dovere di stare seduto a mani tese di fronte a lei a reggerle la matassa di lana mentre avvolgeva il gomitolo, poi iniziava alacre il tic... tic... tic... dello sferruzzamento e in capo a qualche settimana, dopo alcune convocazioni pomeridiane a casa sua per "provare le maniche" o altro ma del tutto castamente, perchè di solito assisteva compiaciuta la madre, alla fine ti veniva dato il maglione che di solito aveva l'orlo smollaccione che ti usciva da sotto la giacca oppure copriva a stento l'ombelico e comunque, dato che le avevi provate a qualche giorno di distanza l'una dall'altra, avevi le maniche di diversa lunghezza, che una la dovevi rimboccare più volte per non sembrare un mutilato di guerra e l'altra, se era la sinistra, ti consentiva almeno di guardare l'ora senza sollevarla.


Con il maglione di lei e l'aria compiaciuta di circostanza

Ricordo ancora il maglione che mi aveva sferruzzato la mia ragazza degli anni dell'università. Era blu scuro, con il collo alto e stretto da rovesciare (più volte) e che, oltre a strangolarmi, mi dava anche un insopprimibile prurito con la lana a contatto del collo. Per decorare il tutto c'era un inspiegabile bordino rosso sul fondo, forse perché aveva finito la lana blu. Il golf mi arrivava quasi alle ginocchia e, come ulteriore prova di abilità, la mia amata si era pure cimentata a fare delle righe a rilievo come si usava allora, ma diciamo che la maglia non le era venuta tanto bene, perché le righe erano di dimensioni differenti e in certi punti, come sui gomiti, si dileguavano e si vedeva sotto la camicia. L'ho dovuto indossare per quattro anni e l'unica cosa che mi ha dato sollievo quando ci siamo lasciati è che finalmente l'ho potuto mettere per sempre in armadio senza vedere musi lunghi. L'evoluzione della specie ha fatto sì che le ragazze 2.0 di oggi, quando vogliono compiacerti con un dolce, siano passate ai crumble e alle cheesecake, ma soprattutto, ignorino completamente l'arte di sferruzzare maglioni. Figlio mio, credimi, il vostro è un gran bel vivere...

mercoledì 17 gennaio 2018

Del teorema dei saldi e il postulato dell’hamburger


Qualche giorno fa, di ritorno dalla passeggiata mattutina assieme al bretone tra viottoli di campagna con il fango indurito dal gelo che scricchiolava sotto le scarpe e un bel nebbione fitto ad avvolgere tutto, sono stato colto da un’inquietudine improvvisa. Una sorta di ansia per una minaccia incombente che non sapevo definire. Non poteva essere la ricomparsa della sindrome da “L’Epifania tutte le feste porta via e da domani si ritorna al lavoro”, perché ormai sono un pensionato e anche se nei primi tempi, quando verso mezzanotte, terminati quelli sul calcio, alla Domenica Sportiva andavano in onda i servizi sull’ippica provavo ancora le inquietudini della nuova settimana lavorativa incombente, alla fine mi ci ero abituato a considerare il lunedì come un innocuo giorno uguale agli altri. Non era nemmeno perché il cane, sbuffando vapore dalla bocca e tirando come una locomotiva impazzita, stava cercando di trascinarmi in una canaletta ghiacciata tra le canne seguendo qualche sua pista misteriosa e nemmeno perché la mano con la quale lo tenevo al guinzaglio doveva essere prossima alla necrosi da congelamento, visto che non avvertivo più le dita. Doveva essere qualche cosa d’altro a infondermi quella sensazione di allarme. Poi, osservando il cielo livido che incombeva su di me ho pensato che magari avevo lo stesso senso di Smilla per la neve e di lì a poco ne sarebbe scesa a larghe falde, dunque ho affrettato il ritorno.

Di cosa si trattasse l’ho capito appena arrivato a casa. Infatti, colei che avevo incautamente sposato ventinove anni prima ritenendo fosse una personcina tranquilla e conciliante (non a caso mio suocero, ogni volta che m’incontra, per prima cosa mi ricorda che la garanzia è scaduta e che non ha intenzione di riprendersela) mi aspettava sul cancello con il cappotto addosso, la sigaretta all’angolo della bocca come Humphrey Bogart e le chiavi della macchina in mano.
Oh! Era ora che arrivassi, stavo morendo di fame… porta il cane in casa e andiamo a fare colazione che sono già le otto e mezza”. Eseguii l’ordine poi tornai da lei che nel frattempo stava salendo in macchina.
“Ti faccio compagnia con un altro caffè, ma ho già preso in panificio un krapfen con la crema se è per quello…”.
Lei mi restituì lo sguardo meravigliato con il quale avevo accolto l’invito.
“Da quando in qua prendi il krapfen con la crema? Non sei quello del krapfen che ha senso solo con la marmellata di albicocche?”.
Lascia stare… dipende dalle due Mirandoline del panificio che sono così impegnate a chiacchierare con le clienti amiche che lo prendono senza guardare dal vassoio ed è sempre quello sbagliato. Poi, quando lo hai addentato mica glielo puoi restituire per fartelo cambiare. Piuttosto, come mai sei tanto di fretta? E dove dovremmo andare dopo la colazione?”.
“Non mi hai detto che durante le feste volevi fare un giro? Bene, oggi facciamo un giretto dalle parti di Marcon…”.
La guardai con sospetto. “Perché proprio a Marcon? Non mi pare un posto particolarmente invitante per una gita… piuttosto, se proprio vuoi andare da quelle parti, proseguiamo per Quarto d’Altino che c’è il museo da vedere e anche un buon ristorante di pesce…”
L'elfa attese apposta che salissi in macchina, poi appena messo in moto mi lanciò uno sguardo maligno, quasi assaporando il dolore che stava per infliggermi:
“Andiamo a Marcon perché ci sono i saldi al centro commerciale e anche da … “.
Il ruggito del turbo e la sua solita sgommata da pilota di rally e in stile “da zero a 100 Km/ora in 9 secondi” nascosero il mio "Noooo!" disperato e anche l’elenco degli altri negozi che intendeva visitare.

Shopping durante i saldi, che passione...

Il grido di dolore era dovuto al fatto che accompagnare la propria compagna a fare shopping per molti uomini è più stressante e faticoso delle marce forzate di 20 chilometri con zaino affardellato da 35 chili che si facevano durante il servizio militare. Io sono tra questi. Ovvero, sono tra coloro che non comprendono la sottile libidine tutta femminile del cazzeggio nei negozi, perché i tipi come me, permeati di logica aziendale tendente all’efficienza e all’efficacia, se hanno bisogno di un paio di scarpe o di pantaloni e camicie, di sicuro hanno già in mente con buona approssimazione quello che cercano, quindi vanno in centro, danno un’occhiata a due o tre vetrine e appena hanno adocchiato il modello che fa al caso loro per prezzo, colore e forma, entrano e se c’è la taglia giusta si va subito di bancomat e il gioco è fatto. Diciamo che il nostro tempo medio di permanenza nel negozio varia dai 10 ai 15 minuti e solo perché magari devi provarti i pantaloni e il camerino è occupato, oppure la commessa è molto gradevole. Insomma, una faccenda del tipo: veni, vidi, vici.

Nel caso di mia moglie la faccenda è particolarmente stressante perché lei, per amor del vero, non ha la pulsione patologica all’acquisto di cui soffrono alcune donne, ma il suo piacere consiste unicamente nel vedere le cose con le quali potrebbe eventualmente fare shopping se non fosse d’indole parsimoniosa come ogni economista. Questo significa che oltre al numero inverecondo di negozi, bottegucce, megastore e outlet che mi costringerà a girare senza mai farmi capire cosa stia cercando veramente, l’unica certezza è che lei non acquisterà nulla. Immagino di conseguenza che in molti negozi ci sia da qualche parte una sua foto con scritto “Wanted” o qualche bambolina a sua immagine trafitta da spilloni perché la mia signora è di quella stirpe malvagia che prova una quantità di cose, scomoda la commessa per farsi consigliare o cercare la taglia e alla fine, dopo averla illusa che se veniva pagata a percentuale quello era il suo giorno fortunato, le riconsegna il tutto dicendo: “Grazie, ma non sono convinta, ci penserò…”.

Durante i saldi non mi vengono risparmiati nemmeno i mercatini rionali

Il mio ruolo di “Accompagnator cortese” (più o meno…) poi è ancora più frustrante perché vengo coinvolto in ogni possibile scelta, sapendo bene che qualsiasi cosa io dirò o proporrò sarà sbagliata o idiota per definizione. Diciamo per vizio originario, in quanto proveniente da uno che, non sapendo cosa sia un coprispalle o non avendo idea di che tacco serva per ballare Tango, sarebbe meglio si astenesse dal dare pareri o dal suggerire. In ogni caso, il problema maggiore è dato dal momento della prova. Infatti, appena lei entrerà nel camerino con il vestito o la gonna che deve provare, dopo esser stato caricato come un attaccapanni di borsetta, cappotto e occhiali verrò messo di piantone davanti alla tenda da cui lei uscirà periodicamente come uno dei Re Magi della Torre dell’orologio per pronunciare la frase più temuta: il “Come mi sta?”

Ora, io so benissimo che nel linguaggio coniugale il “Come mi sta?” significa: “È tanto che non ci facciamo una bella litigata”, ma il problema è che non so come superare il dilemma della risposta. Perché magari il rotolino sui fianchi che non ci dovrebbe essere, ma che il vestito - sempre di una taglia inferiore a quel che le servirebbe - nasconde appena, glielo vedo benissimo perché non sono orbo, ma so che se glielo facessi notare ne verrebbe fuori una tragedia di proporzioni bibliche per lesa maestà e che sarei immediatamente accusato di cospirazione contro la sua persona, infliggendole intenzionalmente sughi pesanti, facendole mangiare troppi formaggi o mettendole olio in eccesso nell’insalata. Dunque, da oggi tutti a dieta, che la ricreazione è finita. D’altronde so anche di non potermela cavare negando l’evidenza perché, in realtà, lei il suo rotolino lo ha visto benissimo nello specchio del camerino e aspetta solo che io le dica: “Oh! Stai benissimo, ti casca perfettamente…” per scatenare l’attacco sulla stomachevole piaggeria nei suoi confronti che mi porterebbe perfino a negare l’evidenza. Una volta ho perfino provato a chiederle cortesemente: “Cosa gradiresti sentirti rispondere?” sperando di avere quell’aiutino che nei quiz non si nega a nessuno, ma è stato peggio.

Per mia fortuna, quando lo shopping avviene tra le bancarelle di qualcuno di quei mercatini rionali che oggi sono tanto trendy (ormai il numero delle signore in pelliccia alla ricerca dello straccetto cinese in lana “mortaccina” ha superato quello delle badanti moldave) e dove finalmente l’elfa può ravanare come una ruspa nei cestoni del “4 paia di collant x 5 euro” senza che la commessa la guardi male, almeno il momento a rischio della prova non avviene, se non altro perché di solito il camerino o è un pertugio angusto tra gli scatoloni dentro il furgone, oppure è una tendina di fortuna in mezzo a una strada con il rischio concreto di farla ribaltare e di ritrovarsi in mutande tra i passanti (è successo).

Non c'è shopping che meriti senza le patatine fritte, ma almeno questa volta
c'è il panino con la porchetta e il vino e non il cheeseburger con la Coca

Un grave problema accessorio nel nostro caso è dato dalla “Sindrome del cheeseburger” che inesorabilmente colpisce la mia dolce metà all’ora di pranzo, malgrado di norma sia una buongustaia abbastanza esigente, ogni qualvolta si dedica allo shopping nei grandi centri commerciali e che consiste nell’improvvisa e irrefrenabile voglia di un panino molliccio con la polpetta unta, il formaggio fila e fondi, l’insalata fiappa, la maionese che fuoriesce da tutte le parti, il ketchup e le patatine fritte da annichilire con un boccalone di coca ghiacciata da colpo apoplettico (antiacido non incluso nella confezione). Che già quando aspettava nostro figlio, mentre eravamo a passeggio lungo il corso principale di Gibilterra durante una gita organizzata, era stata colta dal desiderio sfrenato di un' Apple pie e solo al pensiero che nostro figlio a causa di ciò potesse nascere con una voglia fatta a forma di logo del Mc Donald’s mi aveva indotto a correre in giro come un forsennato fino a trovare un fast food che gliela vendesse. Inutile quindi proporle ristoranti, pizzerie o street food alternativi. Non funziona nemmeno il kebabbaro. Lei, per accompagnare adeguatamente il rito dello shopping, vuole il suo hamburger con le patatine fritte, punto e basta. 

Infatti, anche questa volta me lo ha proposto e ho dovuto combattere duramente per non dovermi ingozzare in fretta su un vassoietto, dopo una coda interminabile alle casse, tra adolescenti sgomitanti con l’acne iuvenilis, il giubbino nero plasticato e il piercing, famigliole con bambini frignanti, signore aggressive modello “Guardi che c’ero prima io” e gente dallo sguardo bovino che aspetta in piedi con il vassoio in mano che tu finisca di ingurgitare la tua polpetta e le lasci il tavolinetto. Oppure il tizio che ti chiede: “Posso sedermi?” e, senza neppure attendere la risposta, si accomoda al tuo fianco sulla panchetta invadendo progressivamente ogni spazio finché alla fine abbandoni la postazione.


Il mercato antiquario di Badoere (TV). Merita anche per la piazza seicentesca

Alla fine, visto che c’era gente in coda fino all’ingresso del locale, sono riuscito a giungere ad un faticoso compromesso e considerato che alle due e mezza non esistevano più in zona ristoranti con la cucina aperta, ci siamo recati in una paninoteca di quelle da paesino, che a quell’ora sono semi deserte se non fosse per i soliti due vecchietti che giocano al videopoker. Uno di quei posti ancora umani dove i panini sono davvero tali, con la rosetta, il salame e la mortadella tagliati freschi, mentre il vino è un rabosello frizzantino spillato dalla damigiana e pazienza se il barista ha gli occhi a mandorla. Lì, ammorbidita dal buon vino e dalla tranquillità del posto (e forse stanca, visto che camminavamo tra scaffali, appendiabiti e vetrine da quasi quattro ore) la mia dolce metà ha finalmente sorriso grata poi mi ha detto: “Sei stato carino oggi… mi hai seguito per negozi senza nemmeno lamentarti troppo. Non mi hai nemmeno fatto fretta sbuffando come al solito mentre guardavo i rossetti, i fondotinta e le matite per gli occhi da Kiko. Che ti succede? ”.
“Sarà un residuo del clima di bontà natalizio…sabato prossimo te lo scordi”.
“Può essere… comunque meriti un premio e se domani è una bella giornata ti porto a fare il giretto promesso”.
La guardai sospettoso per via del fatto che avendo una cultura classica conoscevo bene la faccenda del “Timeo Danaos et dona ferentes”.
Senti un po’ bellezza… domani i negozi sono chiusi, vero? Posso stare tranquillo?
L'elfa incrociò le dita come fanno i boy scout per i giuramenti “Certo, è il sei gennaio, quindi un giorno festivo. Ci sarà qualche supermercato aperto, ma abbiamo già fatto le spese, i ragazzi sono tornati a Düsseldorf e domani non devo andare dai miei, quindi siamo liberi di fare quello che vogliamo...”.
Anche l'Ikea è chiusa, vero?”.
Si, anche loro...”.
Ah! Bene… allora dove andiamo? A Caorle a mangiare pesce? Oppure per malghe in Alpago? Pur di andare fuori mi sta bene perfino rivedere ancora i mosaici romani di Aquileia o l’abbazia di Pomposa…”.
Nulla di tutto ciò… andiamo a Badoere”.
Perché Badoere? La piazzetta seicentesca con le colonne a semicerchio è deliziosa, ma il paese sono quattro case in tutto e finisce lì. Poi, ci siamo già stati. Per quale ragione dovremmo andarci di nuovo?
Mi riempì nuovamente il bicchiere di rabosello, forse per anestetizzarmi, poi sorrise nuovamente maligna. “C’è il mercatino dell’antiquariato dell’Epifania…”.


mercoledì 27 dicembre 2017

Di noi che eravamo bambini quando le Topolino amaranto le vedevi davvero per strada.


"Sulla Topolino amaranto... si va che è un incanto... nel’46 " cantava Paolo Conte in una sua bellissima canzone che ogni volta che la sento ha il potere di farmi naufragare nelle più vorticose malinconie. Perché io (ahimè!) le Topolino amaranto le ho viste di persona e di quegli anni dell’immediato dopoguerra e di quel modo di vivere (e anche dei suoi valori...) conservo ricordi ancora molto intensi e profondi. Che ora provo a raccontare.

La nostra vita, all'inizio degli anni '50, era semplice e senza aspirazioni consumistiche. Eravamo tutti, insomma, dignitosamente poveri e impegnati (parlo degli adulti, naturalmente...) a rimettere in piedi la nostra cara e sgangherata Italietta, uscita a pezzi dalla guerra. Infatti, pur in mezzo a tante vicissitudini, le fabbriche al nord, sgomberate le macerie, stavano lentamente riavviando la produzione e di lì a poco la povera gente del sud avrebbe lasciato le sue terre per affrontare (come i loro padri agli inizi del secolo) la dura vita dell’emigrante. E con loro tanti veneti e friulani (anche se oggi, che siamo benestanti, facciamo finta di essercene dimenticati...). Quando nel 1956 avvenne l'incendio drammatico nella miniera di carbone belga di Marcinelle, delle 256 vittime di quel giorno oltre la metà era italiana e proveniente da tante regioni diverse. Del resto, in quell'epoca, nelle varie miniere del belgio lavoravano 44.000 minatori italiani, oltre un terzo del totale.

Le merci che non fossero generi di prima necessità avevano ripreso gradualmente a tornare nei negozi, ma la gente aveva ancora come necessario punto di riferimento lo stile di vita spartano degli anni di guerra e, d'altronde, non è che ci fosse molto da spendere nel superfluo. Anzi, in verità non c'era di che spendere tout court. Vi era, infatti, una larga fascia di popolazione che viveva in condizioni di reddito che oggi definiremmo d’estrema povertà ed anche la borghesia, che pure stava un tantino meglio, si arrangiava secondo livelli di vita che oggi considereremmo inaccettabili (quantomeno dai nostri viziatissimi figli...).


1951 all'Alpe di Siusi con il latte e lo Sciliar

Noi, grazie alla pensione del nonno e allo stipendio (da statale, quindi magro per definizione...) di papà stavamo abbastanza benino, ma non tanto da permetterci quei due pasti completi al giorno cui oggi ci sottoponiamo con esiti fatali per la linea. La sera, come cena, la mamma ci presentava, infatti, un bel caffelatte (con la miscela Leone...) con tanto pane vecchio da inzuppare e - subito dopo - buonanotte, bacino e tutti a nanna. L'arancia, fonte invernale di vitamine, era solo alternativa perché con il caffelatte non ci stava e poi c'era da fare i conti con il proverbio secondo il quale "L'arancia è d'oro al mattino, d'argento al pomeriggio e di piombo alla sera". Inoltre, quando eravamo a Taranto, al mercato si trovavano quasi sempre solo le "arance vanigliate", una varietà dolciastra e stucchevole che non mi piaceva affatto anche perché era piena di semi. Quindi vi rinunciavo volentieri

Nelle famiglie dell’epoca, poi, non si buttava via niente. Mamme e nonne erano delle sapienti esperte d’ogni sorta di riciclaggio di materiali domestici. Bucce d’arancia, pane raffermo, mozziconi di sapone, giornali vecchi, fiammiferi usati... tutta roba che oggi finirebbe senza remissione in pattumiera e che allora era riportata a nuova vita con una fantasia illimitata. Non parliamo poi degli avanzi di cucina, dove si sfiorava il sadismo. Il pane vecchio che non finiva nel caffelatte o che non era tostato per la grattugia (e la relativa passata al setaccio...), era riproposto bollito con una cipolla e un filo d’olio e denominato pan bògio. La sua versione extralusso prevedeva anche l’incorporazione nella minestra fumante di un uovo crudo. Detto uovo crudo costituiva talvolta anche la mia colazione. Ricordo ancora con apprensione gli sforzi sovrumani per succhiarne il contenuto attraverso i forellini che la nonna praticava in punta di forbice e l’improvviso sblòpp! con cui il tuorlo e l’albume viscido mi riempivano sgradevolmente la bocca. Nel polpettone del venerdì finiva di tutto, tanto da essere conosciuto presso molte famiglie (e anche alla mensa FIAT) con il sinistro appellativo di Milite ignoto. La mia mamma produceva abilmente un finto sugo di carne che era composto da un soffritto di tutte le verdure e gli aromi che insaporiscono il ragù. Ma della carne - che si mangiava si e no una o due volte la settimana - neppure l’ombra. Del resto, in quegli stessi anni, nelle campagne del nostro Veneto, allora molto povere e spopolate dall’emigrazione, le famiglie mangiavano in un rito collettivo la polenta versata fumante sul tavolo e da insaporire toccando fuggevolmente la sardèa affumicata appesa con un filo alla lampadina, mentre nelle sere d’inverno, si ritrovavano insieme con le altre famiglie vicine, nelle tiepide stalle, per fare quei filò da cui provengono tante bellissime storie contadine che, purtroppo, sono state in gran parte tramandate unicamente a voce.


Quando l'Aviere arrivava a Venezia con la squadra navale, era festa grande
perché papà stava con noi qualche giorno.

Rimanendo sempre in tema d’economie domestiche, per i nati della mia generazione il concetto del vestitino nuovo era pressoché sconosciuto. I cappotti, i colli e i polsini delle camicie venivano puntualmente rivoltati per raddoppiarne la durata e i vestiti passavano di padre in figlio. Da un vecchio cappotto con la martingala di mio padre n’era fuoriuscito il cappottino con la martingalina che accompagnò la mia infanzia accoppiandosi nei giorni di gran freddo con i resti di un collo di lince appartenuto a mia madre e che, in seguito, terminò la sua ventennale ed onorata carriera sul cappotto di mio fratello Franco. La mia nonna materna era perennemente in azione con la sua Singer a pedale e con il gessetto bianco per segnare le stoffe sopra le carte modello quadrettate di Burda. Credo che a forza di cucire gonne e vestiti per la mia mamma e la zia, avesse pedalato almeno quanto Coppi e Bartali messi insieme. Anche per abbandonare un paio di scarpe occorreva che il calzolaio, all’ennesima richiesta di risolatura, confessasse l'impotenza della scienza calzaturiera a procedere oltre ed emanasse la luttuosa sentenza scuotendo consolato il capo (il calzolaio, in genere, non parlava mai perché aveva sempre la bocca piena di chiodini !).


Nel 1958, con il capottino che poi avrei riciclato a mio fratello

Le signore che potevano permetterselo andavano dal parrucchiere giusto quelle tre/quattro volte all’anno per il taglio e per il resto provvedevano in proprio con messe in piega casalinghe, bigodini improvvisati e con strane alchimie per le tinture. Più tardi, verso l’inizio degli anni sessanta e sull’onda impetuosa delle prime spinte consumistiche, sarebbe apparso in molte case, tra cui la nostra, un diabolico arnese costituito da una calotta di plastica collegata con un tubo alla bocchetta del motore del mitico aspirapolvere Folletto (quello che viene ancora oggi venduto a porta a porta...). La cosa, invertito il flusso di aspirazione, doveva funzionare come il casco del parrucchiere. In realtà, oltre a dare la sensazione che un jet stesse decollando dal salotto di casa, l’arnese forniva degli splendidi esempi di come si potesse cuocere a puntino un cuoio capelluto e renderlo invitante con una glassata di polvere. Ai figli innocenti non veniva risparmiata l’umiliazione del taglio casereccio a scodella o della pettinatura all’Umberto (ultima tragica eredità di Casa Savoia...) con i capelli fissati all’indietro da spatolate di untuosa brillantina Linetti.

Tanto per continuare con qualche minimo esempio del vivere quotidiano, noi, che pure eravamo classificabili tra la media borghesia, all’epoca ci lavavamo con degli economici pani di quel sapone di Marsiglia che qualcuno continuava a fabbricarsi in casa, come in tempo di guerra e che serviva indifferentemente per la faccia e per il bucato. Ma, per restare in tema di igiene personale, ricordo bene che l’uso del dentifricio era considerato da molte famiglie come un’americanata abbastanza originale e comunque superflua. Ivi compreso l’uso della vasca da bagno (le abluzioni di grandi e piccini avvenivano, se andava bene, con cadenza settimanale nel pomeriggio della domenica... con le nonne che sorvegliavano fuori della porta in grande apprensione). In molte case di civile abitazione (a noi capitò a Taranto, nelle case Incis dove alloggiavano molti dipendenti della Marina...) i servizi igienici, oltre ad essere il più delle volte collocati sul balcone o esternamente (incoraggiando così nelle notti gelide e piovose il poco igienico uso del pitale celato nel comodino...) erano rudimentali e limitati...al minimo indispensabile. Il bidè, il cui uso intensivo era limitato alle case di tolleranza, era considerato dalle famiglie normali poco più che un lavapiedi o, nel peggiore dei casi, una curiosa custodia per violino in maiolica. Esattamente come amici maligni mi dicono accada ancora oggi in alcune lande della civilissima Inghilterra. 

la mia Prima Comunione a Taranto (1956) con l'aria compunta
e la signora in alto a sinistra in preda a crisi mistica

Non esistevano dunque gli shampoo delicati e/o medicamentosi alle erbe medicinali, i prebarba e i dopobarba, i dentifrici antiplacca, i colorati e sommamente inutili colluttori, le lacche, le creme prebagno e dopobagno i deodoranti, i saponi al pH neutro (?!) e tutte quelle cose che troneggiano ingombranti sulle mensole dei nostri due bagni di casa e senza le quali oggi ci parrebbe di non poter vivere dignitosamente. Anzi, per dirla tutta, la gente doveva lavarsi decisamente poco, tanto che, sia nelle Forze Armate che nelle scuole si svolgevano, oltre a quelle contro la tubercolosi (dove, con un’offerta di 100 lire, ti davano i francobolli e un distintivo con spillone che era una vera arma impropria...) delle periodiche campagne di sensibilizzazione anti pidocchi. Mio padre, fortunatamente, ci educò da subito (da buon militare qual era...) all’uso spartano del sapone e dell’abbondante acqua gelata sul collo e dietro le orecchie (le mollezze dei lavacri con l'acqua tiepida ci erano sconosciute.).

Per restare in tema di abluzioni, ricordo che la rasatura della barba di papà e del nonno consisteva in una specie di cerimonia mistica, con lunghe lisciate di rasoio (quello a lama lunga, che richiedeva la mano ferma del chirurgo e la rassicurante presenza dell’allume di rocca sulla mensola del bagno...) sulla striscia di cuoio grasso attaccata vicino al lavandino e la meticolosa preparazione del sapone nella ciotola con il pennello di tasso. Ci si impegnava oltre mezz'ora, giusto il tempo di far bollire la napoletana del caffè sulla stufa economica a legna. Le cucine a gas (con la bombola) erano, infatti, ancora privilegio di pochi. In casa nostra, come quasi dappertutto, troneggiava da tempo immemorabile la cucina economica a legna che, con il suo calore diffuso, consentiva agli alimenti cotture meno traumatiche di quelle impartite dagli attuali fornelli a gas e quindi di rilasciare quietamente gli umori più suggestivi. Era, naturalmente, un modo di cucinare adatto ad una vita serena e senza fretta. Oggi, per la gioia dei fabbricanti di pastiglie contro l’acidità di stomaco, noi, che non abbiamo tempo per definizione, sbattiamo nel forno a microonde degli intrugli insapori, precotti e predigeriti e riusciamo a nutrirci in cinque o sei minuti. E ad avere acidità di stomaco per cinque o sei ore.

 l'Aviere (D554) dove mio padre era comandante in seconda, si rifornisce
in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli (Taranto, 1954)

Grazie alla stufa a legna, invece, era possibile mangiare delle strepitose e digeribilissime paste e fagioli (rigorosamente di Lamon) così dense da tenere il cucchiaio ritto in piedi, come esige la più nobile tradizione veneta. Dette paste e fagioli era ghiotta tradizione riproporle il giorno seguente appena intiepidite e cònse con il raicièto amaro di campo, l’ògio (de quel bon), il pèvare, il sàl e appena un profumo de asèo. Oppure era possibile godere di intingoli tirati alla cassopipa (tra questi, il sughetto di cipolle, acciughe e uvetta passita per i bigoli in salsa che veniva lasciato a consumarsi per ore quasi al...tepore di candela). E, soprattutto, raschiare sul fondo del paiolo le più croccanti croste di polenta che si potessero concepire. Il carbone e la legna per la stufa venivano accatastati nella grande terrazza coperta di casa nostra e venivano portati su per le scale, con gerle di vimini tenute in precario equilibrio sulla testa, da facchini anneriti e seminascosti da un sacco di iuta (ecco da dove mi veniva la paura dell’uomo nero!). Dopo un rifornimento di carbone si puliva per giorni la casa dal pulviscolo nero che si depositava su tutto. 

In casa avevamo anche un (quasi) lusso: la ghiacciaia. Questa era alimentata con grandi stecche di ghiaccio, dal costo di cinque lire, che erano prodotte dalla vetusta fàbrica del giàso, alla Giudecca. Le stecche venivano distribuite per la città con un apposito barcone il cui arrivo era annunciato con grandi grida dal canale. A queste, facevano subito eco le signore alle finestre, gridando per le ordinazioni. I facchini portavano in spalla le stecche su e giù per le ripide scale delle case, arpionandole con uncini di ferro tipo mattatoio. Per salire i quattro piani di casa nostra con tutto quel peso sulle spalle si accontentavano di: "un ombrèta de quèo bòn". Calcolando il numero di case visitate e di ombre conseguenti, dubito che a sera fossero in grado di reggersi in piedi. D’altronde l’offerta dell’ombra di vino, in una casa veneziana, era un fatto di normale ospitalità. Anche don Gino, il parroco di Santa Maria Formosa, quando veniva a benedire la casa con l'incenso e il chierichetto, di fronte all’offerta dell’ombra non si tirava indietro, tanto che, quando molti anni dopo, nel pieno del sessantotto, fu soprannominato il prete rosso qualcuno insinuò che fosse per via del Cabernet.


I Mottarelli al latte e ricoperti: il mito delle
nostre lunghe estati degli anni '50

Le lavatrici e i detersivi "che più bianco non si può" erano di là da venire. In casa nostra sarebbero arrivate intorno alla metà degli anni sessanta. Nell’attesa, i panni si lavavano dentro la rugginosa vasca da bagno sfregandoli energicamente su un asse di legno con lo spazzolone e il sapone marsigliese (sempre lui !). Per sbiancare i lenzuoli che bollivano per ore nei pentoloni si versava la cenere nell’acqua bollente, rimestando in continuazione con il bastone. Il ferro da stiro era una sorta di carrarmato di pesantissima ghisa e veniva perigliosamente alimentato riempiendolo di brace incandescente prelevata dalla stufa. Soppiantati poi dai ferri elettrici e a vapore ed essendo praticamente indistruttibili, finirono la loro carriera come fermaporta vivacemente colorati. Le mamme e le nonne, oltre a stirare impeccabilmente (con la riga dei pantaloni che faceva mia nonna ci potevi affettare il pane...) e a ruotare e profumare la biancheria nei cassetti con i sacchettini di lavanda, controllavano assiduamente lo stato di tenuta di tutti i bottoni, rinforzandoli all’occorrenza. Così, fino al giorno in cui cominciai finalmente a vivere fuori di casa rimasi all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi. Dopo la conquista dell’indipendenza, e la scoperta della caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare nel cestino da lavoro di mia madre esclusivamente aghi con il filo già inserito. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le donne. Lo faccio ancora oggi, ma mia moglie non s'intenerisce. Forse ha sgamato il trucco...


martedì 26 dicembre 2017

Della magia dei cenoni natalizi e delle malinconie per le cose buone di una volta.


Vedo in queste ore decine di foto provenienti dai cenoni di tutti i miei amici che mostrano con orgoglio le proprie tavolate e i piatti preparati con maestria per l'occasione, anche se talvolta ho notato la presenza in tavola di diversi "mappazzoni" ipercalorici, iperpannosi o iperfritti, in rappresentanza di quel cibo "iper" che poi uno lo digerisce dopo l'epifania. C'è stato anche chi ha fatto il cenone in pizzeria, fotografandosi orgogliosamente davanti alla quattro stagioni e chi ha pasteggiato su tovaglie di lino di Fiandra, con i candelabri, i bicchieri di cristallo e la posateria in argento in stile pranzo ufficiale a Buckingham Palace, però mi domando se in tali occasioni il galateo di corte preveda un commensale con la felpa gialla e la scritta Minnesota University. Qualcuno poi ha anche scritto e raccontato dei propri cenoni e di conseguenza, ha risvegliato anche i miei ricordi più antichi. Perché essendo figlio di un ufficiale di Marina da squadra navale e non da scrivania, di Natali in giro per basi militari e foresterie di Circoli Marina ne ho fatti a bizzeffe, da Taranto ad Augusta e da Brindisi a La Spezia, trascorrendone un paio perfino a Belgrado, con 15° sottozero e la neve a metà cancello, che poi voi che mi leggete direte subito che lì c'è il Danubio, ma non il mare, però all'epoca mio padre era l'addetto militare della nostra ambasciata, quindi la cosa si spiega. 

A volte, da bambino, le feste le trascorrevo da solo con i nonni nella loro casa veneziana, oppure c’erano anche la mia mamma e mio fratello, ma non mio padre che era in missione da qualche parte e magari ci dovevamo accontentare di una telefonata, sempre che fosse possibile inviarla. Però alcuni natali dove riuscivamo a essere tutti riuniti a tavola li ricordo bene e sono legati a qualche settimana di licenza o al periodo in cui mio padre comandava la flottiglia dei dragamine magnetici dell’Alto Adriatico che era di base qui a Venezia. Quel giorno il menù, assolutamente tradizionale e tramandato a quanto sembrava da generazioni, prevedeva che sulla tovaglia di lino ricamata a mano delle grandi occasioni arrivasse la zuppiera con i cappelletti in brodo fumante di manzo e gallina o cappone. Questi erano preparati di buon mattino con la pasta tirata sottilissima da mia nonna, chinata sulla spianatoia a darci dentro con il mattarello a maniche rimboccate, con il fazzoletto in testa e avvolta da nuvole di farina come una divinità greca ed erano ripieni di un profumatissimo trito di pollo, carne, mortadella, parmigiano, uovo e noce moscata. Non amando il brodo (che tanto poi me lo rifilavano il giorno dopo con la pastina a farfalline) io li mangiavo asciutti e conditi con una noce di burro e tanto formaggio. Solo una volta, con mia grande delusione, arrivò in tavola, come omaggio a mio padre che era un milanese doc, un risotto allo zafferano ma con i fegatini di pollo che all’epoca non mi piacevano (oggi, padellati con burro e salvia sarebbe un'altra storia) e che quindi finirono ad ammucchiarsi in un lato del piatto come fa mia moglie con i canditi del panettone, ma nel mio caso con relativa sgridata perché a tavola non si butta via niente, che ci sono i bambini poveri che muoiono di fame (così mi veniva pure il senso di colpa). Dopo i cappelletti era il momento del cappone o della gallina bollita (che già ci avevano fornito il brodo) portati in tavola su un grande vassoio. In alternativa, a volte c’era il lesso misto, anche con la lingua e la testina (che da bambino detestavo perché, a parte la gallina e il cotechino, tutta la carne comunque aveva grasso e nervetti). In entrambi i casi mia nonna preparava per accompagnarli un bagnetto verde con le acciughe, il pane ammollato nell’aceto, l’uovo sodo, l’aglio e tanto prezzemolo, che era buonissimo anche sul pane e proprio per questo era spazzolato via subito, che al massimo me ne rimaneva un cucchiaino. Se andava bene e la nonna aveva avuto il tempo di farla potevo consolarmi con la sua peperonata molto “cipollosa” e senza melanzane, messa a “tirare” sul fuoco bassissimo, che a volte appariva a dare man forte al bagnetto verde, altrimenti per mandar giù il boccone di lesso mi toccava un cucchiaino di concentrato di pomodoro Cirio.

In realtà il contorno più atteso da tutti era composto dall’apertura di uno dei vasi di porcini sott’olio che producevamo in quantità industriale durante le vacanze estive in montagna. Infatti, il viandante che fosse venuto a trovarci a Moena verso fine agosto, già salendo le nostre scale sarebbe stato colto dal profumo di acqua e aceto in perenne ebollizione e dove mia nonna, dopo averli ripuliti con un panno umido, avrebbe tuffato i porcini più belli e sodi (gli altri, tagliati a lamelle, finivano sul balcone a essiccare al sole per i risotti invernali), per poi coprirli di olio nei vasi a tenuta ermetica assieme ad una foglia di alloro e chiodi di garofano. Anche i porcini sott’olio venivano spazzolati hic et nunc ed erano spesso fonte di accesa rivalità i porcinetti piccoli e interi, considerati, chissà perché, ancora più prelibati. Infine, arrivava il momento atteso da noi bambini del panettone, che allora o era Motta oppure Alemagna e aveva tutti i canditi e l’uvetta che doveva avere, senza se e senza ma, con mio padre che inesorabilmente ci raccontava che per un milanese l’unico vero panettone era quello basso delle Tre Marie, che allora era un piccolo panificio con forno dove suo papà andava appositamente a comprarlo e bisognava prenotarlo mesi prima. Sembrava quasi che se prima non si fosse ascoltata la storia delle Tre Marie, non si sarebbe potuto affettare il panettone. Qualche volta, infine, mia nonna, poco prima del pranzo di Natale, preparava in casa il torrone, con il miele e tante mandorle e nocciole ma senza i pistacchi che costavano troppo. Però lei non lo faceva a barretta e avvolto da due cialde di ostia come si usa, ma il suo era basso, bitorzoluto e tondo, un po’ come quello di Cologna Veneta (per chi lo conosce) e bisognava spezzarlo con il coltello sul tagliere da quanto era duro. Però era davvero buonissimo tanto che alla fine, senza essere visto, m’inumidivo il dito per raccogliere anche le schegge più piccole rimaste sulla tovaglia. 

Curiosamente ricordo anche qualche cenone natalizio a cui non ho partecipato e in particolare uno che mi è stato raccontato come segnato da un magico evento e che vide protagonista la mia nonna materna che era delle Langhe ed anche una curiosa miscela di monarchia sabauda (teneva nel cassetto del suo comodino un piccolo sacchetto di terra di Cascais inviatole personalmente da Umberto di Savoia dal suo esilio portoghese) e di fervente socialismo turatiano. Così, da bambino ascoltavo affascinato come se fosse un'avventura emozionante il suo racconto delle cariche a sciabola sguainata dei Regi Carabinieri a cavallo contro gli operai in sciopero davanti ai cancelli della Borsalino dove aveva lavorato per qualche tempo. Mentre le nonne normali t'insegnano le preghierine, lei m'insegnò invece l'Internazionale che poi ebbi la bella idea di cantare al Circolo Marina di Taranto quando durante la festa natalizia per i bambini degli ufficiali che precedeva il cenone una signora mi chiese se sapessi qualche canzoncina. I miei non ne furono molto entusiasti e tanto meno l'ammiraglio che comandava la base, che il giorno dopo convocò mio padre a rapporto. Comunque, nonostante la vocazione al risparmio più austero, ogni tanto la nonna si concedeva qualche lusso inaspettato e nel nostro frigorifero compariva, come per magia, un bicchiere pieno di riso profumatissimo. Dentro, piccola gemma delle mille voluttà, vi era nascosto un tartufo bianco d’Alba (la trifula) i cui inquietanti effluvi sul risotto alla milanese o sulle uova strapazzate mi allargavano gli orizzonti e l’appetito. Che ci fosse in casa la trifula lo capivo al volo, perché la nonna si aggirava per la cucina sorvegliando il frigorifero con gli occhietti furbetti e complici. A tavola, quando le preziose lamelle si posavano volteggiando sui risotti fumanti, non si sentiva volare una mosca, salvo, a cose fatte, avviare il contenzioso sullo scarso ammontare del proprio grattugiato rispetto a quello del vicino. Ed una volta accadde il miracolo di Natale perchè la nostra vicina di pianerottolo, moglie di un Generale della Guardia di Finanza, si era presentata alla porta di casa nostra con in mano un tartufo bianco grande come un'arancia, dicendo che era un regalo ricevuto da suo marito, ma che a loro il tartufo non piaceva e poi puzzava tanto, quindi se a noi faceva piacere ce lo avrebbe regalato, altrimenti lo buttava via. Naturalmente la nonna si offerse volontaria per lo smaltimento rifiuti, con grande entusiasmo della famiglia. Io ascoltavo sempre con invidia la storia del trifulone piovuto dal cielo, poiché all’epoca dell’evento, come ho detto, ero a Taranto a cantare l'Internazionale per allietare il cenone dei miei.

Gran bei tempi, insomma e tanta malinconia nel ricordarli anche se in fondo anche noi questa mattina abbiamo fatto il pranzo di Natale a famiglia finalmente riunita e mia moglie ci ha deliziato con fettuccine di pasta fresca con ragù d’anatra e altre bontà di cui non dico, altrimenti mio figlio poi mi annuncia che ho appena vinto il “machissenefrega award 2017” ed è un premio al quale tengo poco.