mercoledì 21 giugno 2017

Noi che abbiamo vissuto quel lungo esame del 1966


L’avvisaglia che ormai ci fossimo vicini l’avevo percepita in un crescendo di voci sul web e subito dopo ne ho avuto conferma sulla prima pagina di Repubblica: “Maturità conto alla rovescia: si preparano 450.000 studenti”. Questo semplice titolo è bastato per rimettere in moto come ogni anno ai primi di giugno quel senso di agitazione incoercibile che mi attanaglia al solo sentir pronunciare le parole: esame di maturità. Non so perché, ma essendone abbondantemente lontano (gli esami che si affrontano alla mia età sono altri e ben più fastidiosi…) ed avendo un figlio ormai laureato e con tanto di Master che a domanda risponde: “abbiamo già dato” dovrei leggere la notizia con superiore distacco o addirittura ignorarla. Invece, ogni volta che si avvicinano gli esami ed escono fuori le prove della maturità sono subito pervaso da un senso di solidarietà verso tutti quei miei giovani alias seduti sui banchi e da qualche oscuro timore retrospettivo. Apro ansioso il giornale, leggo i compiti assegnati e mi domando se sarei stato capace di venirne a capo e spesso, tanto per farmi del male, arrivo al punto di cimentarmi perfino con le versioni (tanto ho la traduzione e posso copiare). 

Forse tutto nasce dal fatto che la mia maturità l’ho vissuta come un incubo non del tutto rimosso e tuttora ignoro come abbia fatto a conseguirla. Parlo del diploma, ovviamente, non della maturità comportamentale. Mia moglie, infatti, dubita fortemente che io ne sia in possesso sostenendo da sempre che devo esser stato colto dalla sindrome di Peter Pan attorno ai sedici anni e che ancora oggi mi comporti di conseguenza.


In campo Sant'Angelo, con l'aria serafica che deriva
 dalla consapevolezza di non sapere un tubo.

L’esame, comunque, l’ho passato nel 1966, all'acerba età di diciassette anni, perché ero stato spedito a scuola avanti di un anno nella certezza che tanto prima o poi sarei stato bocciato e mi sarei rimesso in pari, invece non accadde. Era la maturità pazzesca in vigore prima della riforma degli anni '70, praticamente immutata dalla fine del 1800 e dove si portavano i programmi di tutti e tre gli anni di liceo, si facevano tutti gli scritti possibili e gli orali erano due, separati da una settimana e su tutte le materie. Prima c'era il blocco di quelle scientifiche, poi quelle classiche. In entrambi i casi, erano almeno due ore d'esame garantite e t'interrogavano anche in storia dell'arte, in chimica e in scienze naturali. Alla mattina e anche al pomeriggio. 

Io non ho mai pompato eccessivamente sui libri, ma in quelle settimane disperate in cui ci si giocava tutto restavo a studiare fino a notte fonda, con solo la gatta assonnata a tenermi compagnia. Un po’ ero motivato dal fatto che non vedevo l’ora di uscire dal mondo della scuola con tutti i suoi riti che non sopportavo più e molto lo facevo per orgoglio personale e per dare finalmente una gioia a mia madre, che se la meritava. Un pochino anche perché se mi avessero bocciato immaginavo le prese per i fondelli e i sorrisetti ironici dei miei amici nel chiedermi per tutto l'anno seguente a che facoltà mi fossi iscritto. Infine, c'era anche la faccenda della storia appena iniziata con Donatella, ma di questo ne stiamo già parlando altrove e ci ho scritto pure un libro, dunque ve la risparmio.


Quello che "potrebbe fare, ma non si applica.." colto in un momento
in cui si applicava (forse...)


Le dimensioni dell’esame e l’impegno richiesto erano qualcosa di terrorizzante e non solo per me, ma anche per i più bravi. Fin da gennaio non si pensava ad altro e l’ultimo mese di scuola non si riusciva neppure ad organizzare una partitella a calcio o un’uscita al cinema perché erano tutti chiusi in casa chini sui libri (avessero avuto Wikipedia invece del Bignami, magari…). Emanuele si faceva negare al telefono e Marcello si aggirava per le Mercerie con una faccia che sembrava l’urlo di Munch. Lino, invece, era stato mandato da sua madre Serenina in ritiro come i calciatori nella cinquecentesca villa avita di Biancade persa nelle campagne vicino a Treviso perché si concentrasse nello studio (difficile conoscendolo) tra vecchi libri e i quadri del nonno ed era irraggiungibile. Le ragazze poi non parliamone. Già molte di loro erano secchione per tendenza naturale, ma anche quelle allegrotte del tipo usato sicuro sembravano entrate in clausura, con le madri che rispondevano seccate al telefono “Lasci stare tranquilla mia figlia che deve studiare. Anzi, lo faccia anche lei, che le conviene…”. 

A spasso con una compagna di classe, ma solo per ripassare
il greco, che non si pensi male...

L’unico tra noi che appariva serafico era un certo Magrofuoco, un giovanottone mite, dinoccolato, con le camicie di flanella a quadrettoni tipo tovaglia di trattoria sul Piave, i sandali con il calzino bianco e gli occhiali da miope spessi come un fondo di bottiglia, che veniva dalle campagne attorno a Treporti e che dopo il liceo voleva entrare in seminario (infatti, fa il sacerdote). Lui era il fenomeno che quando ci davano la versione dal latino, visto che la finiva in quindici minuti, poi la traduceva anche in greco per la gioia del professore ed era abbonato al 10 con lode venendo portato ad esempio per tutta la classe. Per questo, pur essendo un degnissimo figliolo, stava sulle palle a tutti e quando alla maturità cannò entrambi i compiti e prese un misero sei in latino e in greco molti di noi (si dice il peccato, non il peccatore) fecero gesti scurrili davanti ai tabelloni con i risultati. 

Qualcuno tentava perfino la via del doping. Ricordo un mio compagno che su consiglio di “uno che sapeva” si era impasticcato di simpamina prima dell’orale per presentarsi lucido e brillante di fronte alla commissione. Purtroppo per lui la commissione sospese gli orali per qualche ora per dare spazio a due privatiste fuori elenco che dovevano ritornare non so dove e quando venne il suo turno la pastiglia aveva finito l’effetto galvanizzante e si presentò al colloquio con la stessa brillantezza di un bradipo esausto. 




C'è poco da fare, il diploma l'ho preso, ma la maturità...
beh, quella mi deve ancora raggiungere e io corro veloce...

Qualche giorno prima dell’esame si era saputo che l’insegnante esterna di latino e greco sarebbe stata una certa professoressa Chiozzi di Modena. Qualcuno si prese la briga di telefonare al suo liceo e ne venne fuori la storia che era severissima e che a Modena generazioni di studenti se la facevano sotto solo a sentirne il nome. In realtà non la ricordo particolarmente crudele, anzi, era perfino una donna dotata di un bel senso dell’ironia espressa con un bonario accento emiliano. Infatti, appena mi sedetti di fronte a lei per sostenere l’interrogazione di greco mi guardò soddisfatta e disse: “Lo sa che non vedevo l’ora di conoscerla?”. Ovviamente lusingato le chiesi il motivo e lei prendendo il compito con la mia traduzione rispose: “Perché lei è uno stratega eccellente. La sua idea che Pericle suggerisca agli ateniesi di dare fuoco alla propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città è assolutamente geniale…” . Provai a sostenere la tesi che Pericle in realtà faceva il doppio gioco ed era un infiltrato spartano, ma venni ugualmente rimandato ad ottobre in greco con un bellissimo 3 (numero spesso ricorrente in quella materia)


la sigaretta della notte prima con gli amici...

Per la prova di italiano scelsi il tema storico anche perché inizialmente ero stato tentato di affrontare quello su Ungaretti pensando che avrei potuto scrivere qualcosa sulla sua raccolta poetica “Ossi di seppia” ma per fortuna Emanuele mi suggerì che era di Montale e quindi lasciai perdere. Il compito chiedeva di descrivere il periodo delle campagne risorgimentali da Cavour a Garibaldi dove qualcosina, avendo madre e nonna piemontesi e sabaude, sapevo. Dopo quattro ore, al momento di consegnare, avevo scritto moltissimo della situazione socio-economica del Piemonte (anche con un sapido excursus sulla cucina delle Langhe e gli agnolotti con il plìn e il sugo di brasato) un po' di Cavour (giusto che amava mangiare il risotto con il tartufo al ristorante del Cambio), ma di Garibaldi nessuna traccia (doveva essere ancora in viaggio di nozze con Anita). Ero praticamente rimasto bloccato nei pressi dello Statuto Albertino e della fatal Novara come i gitanti della domenica al casello di Melegnano.


... ma anche la birretta della notte prima con gli amici
(che non ci facevamo mancare niente, noi...)

Quindi, rassegnato ad andare ad ottobre anche in italiano, oltre che in greco e forse altro, tralasciai di studiare per l'orale e di conseguenza andai molto male. Mi arrampicai sugli specchi come Messner quando mi chiesero del Parini (confuso con il Monti) e non riuscii a recitare a memoria i sepolcri del Foscolo oltre alle prime tre righe e a quel "vero è ben Pindemonte!" che declamavo con piglio tenorile. Mi risollevai un po' con Carlo Goldoni (avevo visto la Locandiera di recente), ma crollai quando gli attribuii una commedia di Giacinto Gallina. Dunque, presi un bel 4 con la commissione che sembrava molto rammaricata della cosa, come se da me si aspettassero tutt'altra performance, anche se non ne capivo il motivo (scusate, ma non avete visto chi avete di fronte?). 

Così, alla fine, visto che non ci arrivavo, il nostro commissario interno (il preside, ormai un vecchio amico per tutte le volte che mi mandavano a fargli visita) me lo spiegò e con mia grande sorpresa mi rivelò che avevo preso 10 nel tema, che all'epoca era un voto pazzesco, dunque i professori erano delusi perché si aspettavano che li stupissi con altrettanta brillantezza all’orale. Fatta la media, il voto finale in pagella fu 7 che andò ad aggiungersi ad un altro 7 del tutto estemporaneo in fisica, guadagnato perché il professore mi disse ridacchiando che intendeva premiare il coraggio spudorato di uno che per la disperazione si era inventato su due piedi la tortuosa dimostrazione di un teorema che ignorava, peraltro riuscendoci. Talento precoce, no? 


Pensoso e dubbioso sull'esito dell'esame. Sarò andato peggio in  greco o in latino?
Però in filosofia ho fatto un figurone...


Infine, ho ancora vivi nella mente il batticuore e gli sguardi di quella mattina sulla fondamenta davanti al Foscarini, tutti in attesa che si aprisse il portone per poter vedere i risultati affissi in bacheca. Ricordo le scaramanzie di Emanuele, con le bretelle che gli portavano buono e il profumo spagnolo di suo padre e quelle di Marcello, che indossava ancora la stessa camicia del giorno dell'esame (e si sentiva). Ricordo Annavera che stava assorta in disparte e non voleva parlare con nessuno, che neanche ti potevi avvicinare ed Elena che guardava fissa l'acqua del canale e ripeteva come un mantra "se è andata male non torno neanche a casa, mi butto e basta" e poi la corsa tumultuosa dentro l'atrio appena i bidelli avevano aperto, con il mio nome che era in basso e avendo tutte le teste che si agitavano davanti non riuscivo a vedere che ci fosse scritto. Finalmente Emanuele che mi dice: "Che culo! Hai solo greco" e il mio urlo di gioia neanche avessi segnato a San Siro nel derby.


La cena di fine liceo, con il sollievo di avere avuto solo greco da riparare ad ottobre.
All'alba mi troverò su una panchina della Giudecca ad aspettare
il vaporetto senza ricordare come ci fossi arrivato.

Poi tutti a consolare la povera Mavi che era stata bocciata e singhiozzava tutte le sue lacrime con il seno precocemente ipertrofico che le sussultava, mentre invece Maurizio, bocciato a sua volta quando pensava di avere due materie soltanto, appariva come un eroe omerico folgorato da Zeus e stava appoggiato allo stipite del portone come un corpo senza vita. Infine il girotondo sfrenato e collettivo in fondamenta con Marcello che declamava uno per uno i nomi di tutti i professori e noi che li vaffanculeggiavamo in coro fino a far venir fuori i bidelli (vaffanculeggiati anche loro, maledette spie del preside). 

A ben pensarci, quanta magia in quelle giornate ormai tanto, troppo lontane... (fermate il mondo, voglio scendere).

Dedicato con tanto amore a Marina, Cristina, Elena, Sandro, Francesco e Marcello che non ci sono più.

mercoledì 14 giugno 2017

Stanotte a Venezia, ma anche no...



Mi sto divertendo assai in queste ore a leggere i commenti sui social di numerosi amici veneziani il cui giudizio sulla tanto attesa trasmissione “Stanotte a Venezia” di Alberto Angela è mediamente posizionato tra l’indignato e il molto indignato. Effettivamente, anch'io ho retto solo fino al terzo stacco pubblicitario, poi ho abbandonato per sopraggiunto limite di fastidio e ho preferito andare di sopra con mia moglie a vedere su Netflix Tom Mason e la Seconda Massachusetts fare la consueta strage di Espheni e di Skritter in Falling Skies.

La ragione è presto detta: appena ho visto all’inizio Alberto Angela attorniato da un nugolo festante di damine e cicisbei in maschera con la bauta e subito dopo Giancarlo Giannini nelle vesti di Carlo Goldoni in giro per le calli con tabarro e tricorno d’ordinanza, ho pensato immediatamente che sarebbe partita la solita cartolina in stile “Saluti da Venezia” farcita dei più biechi luoghi comuni per turisti, come se parlando della storia di Roma si iniziasse da Rugantino al suono di “Roma nun fa la stupida stasera” , dalla coda alla vaccinara e dai centurioni sotto al Colosseo.

Anche perché, per dirla tutta, il carnevale a Venezia era stato abolito da Napoleone nel 1807 ed è stato ripreso spontaneamente dagli studenti veneziani solo a partire dal 1974, quindi per 150 anni abbiamo vissuto perfettamente senza, ma per gli autori della trasmissione sembrava che nel corso di un millennio di storia, invece di conquistare e dominare gran parte del Mediterraneo, conquistare Costantinopoli grazie al Doge Dandolo che settantacinquenne e cieco conduce i crociati nell'unico punto indifeso delle mura che lui aveva studiato da ragazzo, sconfiggere Genova, i Carraresi, i pirati dalmati e salvare le chiappe al mondo cristiano a Lepanto, noi veneziani non avessimo fatto altro che lanciarci coriandoli e fare festa in maschera per calli e campielli come ebeti gaudenti.




Purtroppo la mia previsione iniziale si è rivelata fondata perché tutta la trasmissione che ho potuto vedere passava di palo in frasca tra tante imprecisioni storiche (se parliamo del ruolo di Torcello, allora non possiamo dimenticare Malamocco) e andando a zonzo tra i secoli senza un minimo ordine cronologico creando alla fine un minestrone in cui c’era di tutto e anche cose francamente inattese, come quell'introvabile campiello del Broglio dove a quanto ci hanno detto, i 41 patrizi rimasti al termine di una lunga e complicata selezione si ritiravano lontano da occhi indiscreti per nominare il nuovo Doge (magari anche gratificandosi con un giro di ombre e cicchetti).

Così, proponendo tra l’altro un’illuminazione pacchiana della piazza e dei suoi monumenti del tutto fasulla per chi passeggiando di notte per Venezia ne conosca il fascino della penombra che ne avvolge calli e campielli, e tale da presentarci la Basilica talmente giallastra di luci da sembrare la centrale Enel di Porto Tolle e il colonnato del Palazzo Ducale così bianco da sembrare di pasta di zucchero e marzapane, si passava in un batter di ciglia dalla curvatura a fuoco dei legni della gondola alla Scuola Grande di San Rocco (che non è affatto l’unica scuola ancora attiva, basti pensare per esempio a quella dei Carmini) e dalla sala delle torture nel Palazzo Ducale ad una spruzzatina di Marco Polo, ma giusto per gradire, fino alla lavorazione dei vetri a Murano. Il tutto con l’intermezzo dell’intervista all’astronauta Parmesano su come gli apparisse il mondo da lassù (offro uno spritz a chi me ne spiega il perché) e sino alla citazione inattesa dello scheletro di dinosauro conservato al Fondaco dei Tedeschi, che capirei se l’avessero ritrovato secoli fa scavando in Rugagiuffa o in Barbaria de le tole, ma Giancarlo Ligabue lo ha scoperto nel 1967 nel deserto del Niger , dunque un po’ lontano da Venezia e dalla sua storia.




A proposito della quale vorrei avvertire gli autori che non è che questa si è fermata per sempre al 1797 con la caduta della Repubblica. Perché magari mi sarebbe piaciuto, se non è stato fatto nella parte restante della trasmissione che non ho visto, ma ne dubito, che si raccontasse anche del ruolo avuto dalla città nella prima guerra mondiale, con il fronte che ormai era a Cortellazzo, il rombo dei cannoni che si avvertiva distintamente e i marinai sulle altane con i fucili a sparare sui Fokker austriaci mentre l’arsenale continuava a produrre mezzi d’assalto e pontoni armati, ma anche della Venezia partigiana che resiste, combatte e si libera da sola degli occupanti tedeschi dopo averli beffati al Teatro Goldoni e di quei sette ragazzi fucilati sulla Riva degli Schiavoni, e magari di Marghera e delle sue fabbriche, delle lotte operaie e di quei 55.000 abitanti (su 120.000 che erano negli anni ‘60 ) che ancora sono tenacemente innamorati della loro città e resistono alle ondate insostenibili e fuori controllo del turismo di massa che sta distruggendo il tessuto sociale. Perché avremmo gradito che si dicesse che qui c'è una città che vuole essere ancora viva e che resiste aggrappata ai suoi valori e alla sua storia millenaria, non una Disneyland carica di cineserie e paccottiglia per turisti in canottiera e infradito.




E invece no… Angela va giù di brutto con il Ponte dei sospiri e tutta la retorica dongiovannesca sul solito Casanova, che ormai è invasivo come Mozart a Salisburgo, che te lo ritrovi dappertutto, dai cioccolatini ai menù dei ristoranti, ma almeno lui ha scritto fior di musica che lo ha reso giustamente celebre in tutto il mondo, mentre Giacomo Casanova in realtà è stato un personaggio ambiguo, una spia, un corruttore e quindi un uomo di ben poche virtù, di cui non si dovrebbe menare gran vanto, ma a quanto pare, forse per una certa pruderie voyeuristica di stampo clericale, deve incarnare la venezianità nell'immaginario collettivo solo perché pare che trombasse a destra e a manca e spesso in talami non suoi, anche se in città questo lo si fa normalmente da secoli e senza pretendere di finire sui libri di storia. Pertanto, se proprio Venezia deve avere questa immagine libertina e godereccia, allora mi batterò come un leone per dare il giusto tributo a Giorgio Baffo, patrizio veneto e alle sue Poesie Erotiche, con particolare riferimento a quella deliziosa “ode alla mona” che andrebbe inserita nei programmi scolastici e sarebbe sicuramente più popolare tra gli studenti che non i Sepolcri del Foscolo.

Insomma, a farla breve, che altrimenti questo mio scritto sembra la “storia de Sior Intento che dura tanto tempo che mai no a se destriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? “ durante tutta la trasmissione ho avuto la sensazione che aleggiasse nell'aria e prima o poi sarebbe arrivata l’inevitabile domanda: “Scusi… a che ora fanno l’acqua alta?” . E ho detto tutto…

sabato 6 maggio 2017

Di quel 6 maggio del 1976 quando tremò la terra.


Erano appena scoccate le nove di sera, mia madre era già in salotto a guardare la televisione ed io stavo cenando da solo in cucina, che poi sarei dovuto andare al cinema con la ragazza. Ad un certo punto sento come se qualcuno mi avesse spostato leggermente la sedia e un tintinnio di bicchieri. Istintivamente guardo la lampadina sul soffitto che però è immobile così penso che sia stata una mia immaginazione e riprendo a mangiare. Ma non è così: passerà solo un secondo o due e assieme ad un suono cupo mai sentito prima, tutto il mondo attorno a me viene scosso come dalla mano di un gigante. Una grandine di pentole, piatti e bicchieri cade giù dal lavello, dalla credenza, dallo scolapiatti con un frastuono terribile mentre dal salotto mi giungono le urla di mia madre che mi grida di salvarmi che sta venendo giù tutto. Corro da lei proprio mentre la specchiera antica precipita a terra fracassandosi in mille pezzi e i lampadari ondeggiano fino quasi a toccare il soffitto. E’ in piedi in mezzo al salotto, paralizzata dallo spavento, e la trascino via tirandola per un polso e correndo verso la porta. La scossa sembra non finire mai.


Della chiesa di San Giovanni a Venzone è rimasta solo la facciata

Scendiamo di corsa la lunga e ripida rampa di scale che conduce al piano terra e i gradini sembra quasi che si spostino sotto ai nostri piedi, tanto che li facciamo a saltelli come si fa sui ghiaioni di montagna. Non so come, ma riusciamo a non cadere e finalmente siamo al sicuro in campo. Faccio qualche gradino sul ponte e dalle case vicine mi giungono gli strilli terrorizzati di altre persone, mentre qualcuno sta uscendo di casa. Mia madre mi raggiunge e guardiamo, ancora con il cuore in gola, il nostro palazzo increduli che sia ancora in piedi come del resto tutto quello che ci sta attorno. Poco dopo ci raggiunge mio fratello, che al momento della scossa si stava preparando il bagno e che ha visto l’acqua uscire completamente dalla vasca. Ha gridato ma non lo abbiamo sentito e lui non riusciva ad aprire la serratura della porta per scappare. E’ pallido come un lenzuolo dallo spavento e lo abbracciamo per tranquillizzarlo. Solo allora mi accorgo che sto ancora stringendo il tovagliolo in mano.


Nel Duomo di Venzone i segni del terremoto si vedono ancora

Ora tutto sembra tornato calmo. Risalgo di corsa le scale e vado velocemente ad esplorare la situazione dentro casa. E’ un disastro, tutto quello che poteva cadere è finito per terra, calpesto cocci di ogni tipo e perfino un armadio in camera di mia madre ora è appoggiato contro il letto però non vedo danni alla struttura, se non qualche crepa. Trovo la radiolina che portavo allo stadio e dopo aver chiuso casa ritorno giù. Decidiamo di andare nel vicino campo Santa Maria Formosa dove ora c’è tantissima gente, spaventata come noi. Qualcuno è in pigiama e c’è anche un signore scalzo che ha solo addosso l’accappatoio. Ci sediamo al caffè dell’orologio, che aveva lasciato fuori i tavolini e accendo la radio (ce ne sono altri che ce l’hanno) per avere notizie. 

Le stradine di Venzone oggi

La prima edizione del radiogiornale dice solo che c’è stata una forte scossa in Friuli con epicentro sul monte Verzegnis, ma non dice molto altro. Poi, dopo una mezzora, inizieranno le edizioni straordinarie e un drammatico bollettino di guerra ascoltato con il cuore in gola e le lacrime agli occhi man mano che s’ingigantiva: Gemona, Osoppo, Venzone, Artegna, Pontebba… paesi interi rasi al suolo dalla furia dell’Orcolàt, il mostruoso demone nascosto nelle viscere dei monti della Carnia che secondo le leggende popolari causa i terremoti e che questa volta aveva portato con sé anche migliaia di vittime. Sono passati quarant’anni, ma se ci ripenso mi sento ancora gli occhi umidi e il groppo in gola come quella sera. Che la terra vi sia lieve, fratelli friulani…

venerdì 14 aprile 2017

Della cara e vecchia Pasqua di una volta


Questa mattina ho letto con molto piacere che alcune mie amiche su Facebook si raccontavano a vicenda dei riti tradizionali della Settimana Santa (il digiuno di magro, la musica classica alla radio e in televisione... ) che attorno agli anni '60 e dintorni si osservavano rigorosamente nelle famiglie e nella nostra società in generale e si chiedevano se anche altri amici li ricordassero.

E come no? Certo che li ricordo bene...la settimana che precedeva la Pasqua era un crescendo rossiniano di sobrietà, meditazione e penitenza che culminava con il venerdì santo e terminava con lo slegarsi delle campane di San Marco alla mezzanotte del sabato. I cinema erano praticamente tutti chiusi e alla televisione, che allora c'erano solo Rai Uno e Rai Due e i canali li cambiavi alzandoti dal divano e ruotando la sintonia, trasmettevano solo la Via Crucis e film edificanti di carattere religioso, tra i quali Bernadette, Quo vadis, La tunica, il Re dei re e l'immancabile Marcellino pane e vino, che già Don Camillo era considerato troppo ridanciano. Se in quei giorni di sobria meditazione volevi vedere qualcosa di più... laico, noi avevamo la fortuna di ricevere Tele Capodistria, che io guardavo di nascosto appena la nonna andava a dormire (all'epoca vivevo a Venezia con i nonni e la zia per via della continuità scolastica, perché i miei erano in giro per tutte le basi navali italiane). Il guaio era che mentre qui finivano le trasmissioni con la musichetta celestiale e le nuvolette che salivano in cielo, loro pompavano Bandiera rossa, che era tutto un programma, così la nonna, credendo che fossero arrivati i comunisti, si svegliava e s'incazzava.

Ricordo anche che la domenica delle palme si tornava dalla messa a San Marco (ero precettato dai nonni e dalla zia, non potevo esimermi) con il ramoscello di ulivo che finalmente sostituiva quello rinsecchito dell'anno prima sopra la porta della cucina e si doveva tenere la casa in ordine perché al pomeriggio passava don Gino, il Parroco di Santa Maria Formosa con il chierichetto e l'aspersorio per benedire tutte le stanze della casa, compresa la mia, sperando che almeno servisse per andare bene a scuola. Alla fine della benedizione, si facevano quattro chiacchiere seduti in cucina e mia nonna stappava per il nostro sacerdote una delle bottiglie di Bonarda che le mandavano a Natale i suoi parenti di Viarigi Monferrato e che teneva come una reliquia (per il chierichetto, c'erano dei biscotti fatti in casa).

Don Gino, che era una simpatica persona, gradiva molto quell'assaggio che veniva ripetuto più volte e quando nel '68 si guadagnò l'appellativo di "Prete Rosso" forse non era solo per le sue posizioni politiche. Comunque, durante il venerdì santo anche in casa nostra si digiunava come prescritto dalla liturgia, ma per modo di dire, che mia nonna tirava la sfoglia alla mattina e poi faceva degli strepitosi ravioli di magro, con gli spinaci e la ricotta (lei seguiva curiose ricorrenze alimentari e, per esempio, a Natale c'erano sempre i cappelletti in brodo e la gallina bollita con la salsa verde e i funghi sott'olio di contorno, mentre la sua minestra di ceci e fagioli bianchi la faceva sempre il due novembre, per la ricorrenza dei morti, e non c'era verso di fargliela fare prima). L'altro piccolo ricordo che ancora conservo è che alla mezzanotte del sabato santo, quando finalmente si scioglievano le campane di San Marco che risuonavano festose per tutta Venezia, la nonna ci faceva bagnare gli occhi perché pare che preservasse la vista. Bei tempi comunque, quando le piccole tradizioni di famiglia erano ancora sentite, ti facevano sentire parte di un mondo degli affetti e nessuno si scocciava di parteciparvi, anzi...


Buona Pasqua a chi mi legge (la sorpresa è il mio bretone)

Oggi anche la Pasqua, come già da tempo il Natale che ormai è solo un puro delirio consumistico, pur mantenendo ancora i suoi connotati originali di ricorrenza religiosa, nel comune sentire è diventata più che altro l'occasione per aprire l'uovo con la sorpresa personalizzata per i maschietti e le bambine (che altrimenti si litigano), strafogarsi di colomba farcita con la cioccolata o la cremina al Grand Marnier e far la gita fuori porta, tanto che sul Montello, sul Cansiglio o sui Colli Euganei devi aver prenotato almeno da gennaio se vuoi sperare di trovar un posto a tavola. Molti, approfittando del ponte, hanno preso un volo low cost Ryanair o Volotea e ora sono già sparapanzati su qualche spiaggia greca o chissà dove, le multisala cittadine sono aperte al gran completo, domani a mezzogiorno c'è il derby tra l'Inter e il Milan e questa sera, che sarebbe venerdì santo, basta guardare i palinsesti delle televisioni e vi si trova di tutto, da Fast and furious a Scuola di Polizia 2 e comunque, se per caso vuoi farti del male e ti viene voglia di guardare le 50 sfumature di grigio che ti eri perso al cinema, beh... ce l'hai su Netflix . Però mi sa che non ci abbiamo guadagnato con il cambio. Non si può riavere indietro la Pasqua di una volta con la sobrietà, la musica classica, i ravioli di magro e un bel bicchiere raso di Bonarda da bere discutendo di politica con don Gino ? Lo apprezzerei molto, grazie...

giovedì 13 aprile 2017

Delle vecchiette incaute che si perdono tra i boschi dell'Arizona

Ogni tanto i quotidiani nazionali ci regalano qualche perla. Infatti, ho appena letto una notizia di spalla con tanto di servizio fotografico e il titolo: "Esploratrice si perde nella foresta, un SOS di bastoncini la salva (avrebbe scritto Help, veramente, ma non stiamo a sottilizzare) " e tu pensi istantaneamente con emozione alla vicenda di un'avventurosa eroina come Amelia Earhart persa tra le foreste del Borneo o ad una Freya Stark smarrita tra le oasi del deserto e invece, proseguendo nella lettura, scopri che l'esploratrice è solo una smilza e truccatissima vecchietta di 72 anni di Tucson che andava a trovare i nipoti (dove abitavano? nel ranch di Bonanza?) e che, rimasta a secco di gas con la sua auto (cosa guidava la nonnina? Una Duna con impianto a metano?), si era messa a girovagare perdendosi per nove giorni tra i boschi dell'Arizona e facendo una salutare quanto involontaria dieta Mességué a base di bacche, erbe e acqua piovana. Ora, il fatto che una girovaghi sperduta per una foresta perché ha finito il carburante e il suo Nokia del 1994 guarda caso non prende il segnale, avrebbe dovuto suggerire al titolista che la signora non esplorava affatto per spirito di avventura, ma solo per sfiga. Ovviamente, i soccorritori avevano trovato subito il suo cane, ma solo perché l'unico esploratore vero della vicenda era lui, e comunque immagino che la bestiola avesse rifiutato ogni collaborazione pensando "Che si salvi da sola quella vecchia arpia, che lesina sulle crocchette e le compera scadute e ammuffite per risparmiare". Poi, fortunatamente, qualche giorno dopo, grazie ad un elicottero che ha visto il segnale di soccorso, hanno recuperato anche l'arzilla vecchietta e come nei film abbiamo avuto il lieto fine, anzi: l'happy end. 


Momento critico durante un guado .


Certo che quella volta in cui mi sono perso tra i boschi del Resciesa andando a funghi e sono sbucato fuori verso le undici di sera sulla strada statale in un punto che ero quasi arrivato a Santa Cristina anziché ad Ortisei, nutrendomi solo di fragole e lamponi, magari un trafiletto, anche nella cronaca sportiva, il Gazzettino o l'Adige dell'epoca potevano dedicarmelo, anche perché comunque avevo con me una decina di porcini, un paio di sbrise e oltre un chilo di finferli, che era pur sempre un gran bel risultato (servì a mitigare l'incazzatura di mia madre una volta rientrato a casa con l'autostop). La drammatica immagine che riporto qui sotto è di quegli anni e mi ritrae in mezzo ai boschi gardenesi nel momento in cui attraversando a guado un torrente ero scivolato e avevo messo lo scarpone in acqua costringendomi alla manovra di emergenza dello strizzamento del calzettone di lana, proprio come Messner durante la scalata della parete sud dell'Annapurna.

domenica 19 febbraio 2017

Sul ponte sventola bandiera bianca.


So bene di essere un po' invidiato per il fatto di vivere a Venezia. C’è gente che risparmia duramente per anni pur di vedere almeno una volta nella vita e di persona le luci e i colori del nostro cielo e della laguna, le architetture mozzafiato dei palazzi e l’intrico delle calli scure e dei campielli pieni di sole e di gatti stravaccati sulle vere da pozzo. Lo so bene anche questo, così come conosco la domanda inevitabile: ma quanto è fantastico vivere a Venezia? La risposta è: Oh si! Lo è sicuramente e posso indicarne mille motivi che di solito sfuggono a chi non ci abita e lo dico convinto malgrado il fatto che qui tutto costa più che altrove ed è più complicato (provate a fare la spesa grande del sabato e a portarla a casa per calli e per ponti, magari con una bella confezione da sei bottiglie di minerale, poi ne riparliamo), oppure che se stai male devi pregare che ci sia la marea giusta perché l’ambulanza possa passare sotto i ponti o non incagliarsi nel canale (lo stesso vale per i pompieri) altrimenti ti alzi e te ne vai da solo in ospedale o l'incendio provi a spegnertelo tu. E’ fantastico malgrado il fatto che se non parli veneziano nelle trattorie ti applicano per default il menu turistico con il pasticcio di lasagne, la pizzetta del fornaio riscaldata al microonde e la frittura di pesce surgelato e se siete in tre seduti ad un tavolo da quattro vi trovate un coperto in più sul conto o che se hai comprato un appartamento restaurato, fai un buco nel muro per montare una mensola e scopri che è di cartongesso e che sotto ci sono le grisiole (cannette di palude) impastate con la malta come nel 1300. Ma non solo, perché se il tuo appartamento si affaccia su un canale, oltre all'odore persistente da uova marce dei giorni di bassa marea, dopo pochi mesi l'intonaco dei muri appena dipinti comincerà inevitabilmente a mostrare le sue belle macchie e infiorescenze arancioni di salso e di umidità e sotto le eleganti placche di design degli interruttori, scoprirai che si nasconde un impianto elettrico non a norma, realizzato con le piattine e i chiodini ai primi del '900.


Molte calli veneziane dopo la chiusura dei negozi storici (panifici, latterie...)
si sono trasformate da tempo in un suk di paccottiglia acchiappa turisti

Tutto questo lo posso accettare in fin dei conti ed è lo scotto da pagare per vivere in una città colta e civile (oggi non ci giurerei) realmente unica al mondo, che ti consente ritmi di vita impensabili altrove, dove puoi passeggiare per ore seguendo il flusso dei tuoi pensieri e ti offre visioni di palazzi magnificenti, tramonti velati di rosa  e silenzi incredibili. Insomma, la mia città che amo profondamente anche a dispetto delle nebbie che non fanno navigare i vaporetti e delle acque alte sino alle ginocchia, dell’umido che te lo senti fin dentro le ossa con il salso che sale su per i muri rovinando gli intonaci, dello scirocco che ti soffoca d’estate e ti fa sentire appiccicoso e dell’odore fetido dei canali in secca che ti entra dentro casa, come dicevo prima. O forse anche per tutto questo che è parte della sua unicità. Però...c’è un problema. Da troppo tempo ormai vivere a Venezia vuol dire provare una decisa sensazione di disagio. Pare infatti che il pretendere di vivere in città senza alcun legame diretto o indiretto al turismo costituisca un'ingiustificabile ostinazione ed un motivo di fastidioso impiccio par chi che el gà da far i schei.

I veneziani, per le masse dei turisti che si appropriano della città per almeno otto mesi all'anno, costituiscono un'entità astratta ed impalpabile. Molti, a quanto pare, pensano che siano estinti come i Maya e gli Incas. Se riveli loro di essere un autentico abitante della città da alcune generazioni è probabile che ti rivolgano lo stesso sguardo che avrebbero incontrando un antico romano a spasso per Pompei. E comunque, se ci sono, gli abitanti indigeni danno fastidio, intralciano e impediscono al signor Schultz, al signor Smith e al signor Nagasawa di godere liberamente ciò per cui pagano 80 euro a notte, colazione con brioche cellophanata compresa ma bagno in corridoio nella pensione a due stelle con vista sul Canal Grande sporgendosi dalla finestra e guardando in fondo lungo la calle del traghetto.


La circolare per Giudecca, Murano, Fondamente Nuove e Piazzale Roma.
Anche quella ormai è strapiena di turisti e a volte nemmeno si riesce a salire

Mi spiego meglio con un esempio pratico. Per lavorare ti devi spostare in città e non potendo farlo in macchina devi usare i vaporetti esattamente come useresti gli autobus altrove, ma con una differenza: che questi sono sempre strapieni come un uovo e tu sei annullato in una massa di gente che è li solo per andare a zonzo e cazzeggiare lento pede. Sui motoscafi e i vaporetti resti trasparente, e dunque sgomitabile o maciullabile a colpi di zaino almeno fino a quando non capiti nel mirino di una qualche fotocamera nel qual caso ti è perentoriamente fatto cenno di levarti di torno che rovini l'inquadratura o il selfie. Ma questa momentanea riconsiderazione della tua fisicità non deve essere motivo d’illusione. Ritorni infatti improvvisamente trasparente quando, per non rischiare di scendere ad una o due fermate successive a quella da te desiderata, cominci a chiedere cortesemente il passo. Potrai emettere allora con voce baritonale o supplichevole tutti i "Please, pardòn, sorry, bìtte, pòr favòr, izvìnite... ." che vorrai, ma il groviglio di gambe, braccia, ascelle e teutonici petti resterà più fitto e solido di prima. E se per avventura, e con l'ultima disperata spallata, riuscissi ad avvicinarti al barcarizzo, ecco l'ostacolo più spaventoso: il muro di valigie! A questo punto, mentre cerchi d’arrampicartici sopra o di sal­tarlo in un improbabile stile Fosbury, ti accorgi con sgomento di aver superato il tempo limite concesso per lo sbarco (cinque minuti con la fiacchetta per le comitive e cinque secondi per i residenti) e dell'imminente sgancio della catenella.

La catenella, su gran parte dei pontili dove non ci sono ancora le entrate separate tra residenti e turisti, è una potente arma a disposizione dell’ACTV per la selezione naturale del veneziano e del foresto. E’ usata a totale discrezione del Sig. Marinaio Addetto al Pontile per decidere se aggiungere venti minuti d’attesa supplementare alle tue uscite lavorative o ai tuoi ritorni a casa. Nel caso in questione lo sganciamento della catenella serve per dar via libera alla comitiva di turno affinché possa riversarsi come un onda possente all'interno del motoscafo travolgendo tutto al suo passaggio e ricacciando indietro ogni tuo ulteriore tentativo di sbarco. Perché noi Veneziani abbiamo affrontato con coraggio e siamo sopravvissuti alla peste, ai turchi a Lepanto e ai genovesi alle porte di Chioggia, ma stiamo soccombendo inesorabilmente di fronte alla nuova calamità dei tempi moderni: la comitiva. 

A proposito di comitive, dopo lunghe e pazienti osservazioni ne ho catalogati alcuni tipi tra i più pericolosi che vi segnalo perché nel caso veniste a Venezia possiate starne alla larga:

A- Comitiva d’ultrasessantenni americani.

Si tratta di una delle più fastidiose. Contiene solitamente maschi e femmine in uguale proporzione, trattandosi d’arzille e stordite coppiette di sapore Old America (il peggio di Ginger Rogers e Fred Astaire ma con una spruzzata di Trump). I maschi sono solitamente dei lungagnoni ossuti come Gary Cooper e vestiti sul sobrio, pur con qualche discutibile puntata nello stile coloniale e/o hawaiano, le donne sono raramente inferiori al quintale e vestono come le cameriere negre di Rossella O’Hara in Via col Vento o come Doris Day ad Honolulu.


Occhietti a mandorla e possenti chiappe yankee ovunque.
La nostra realtà quotidiana.

Delusi perché gli abitanti di questa copia di Venice (California, U.S.A.)  non girano in costume d’epoca come i camerieri dell'omonimo albergo di Las Vegas, sono fermamente convinti che il Doge, Marco Polo e Casanova siano la stessa persona. Nei ristoranti accostano con disinvoltura il cappuccino, il latte macchiato o la Fanta ai folpetti in tècia o alle sarde in saòr (si narra di un vecchio nobilomo venessian, intento a suggere masanete al Graspo de Ua, che chiese al cameriere un paravento per evitare il disgusto di tali visioni...) e applaudono cori di panciuti gondolieri con repertorio partenopeo, ingurgitando pietanze da fucilazione immediata dello chef con successivo vilipendio del cadavere. Quasi sempre sotto scrosci di pioggia battente durante l'inevitabile gondol serenade si ammucchiano nelle gondole incappucciati in impermeabili di fortuna comperati sulle bancarelle, quelli di plastica trasparente tipo preservativo con il serbatoio che al primo colpo di vento si spalancano irrimediabilmente e che servono solo per inzupparsi in modo più omogeneo. Costoro subiscono stoicamente ore di tenore sfiatato e di fisarmonicista impazzito (ne ho sentito perfino uno che svisava sul tema del dott. Zivago…) .

Apprezzano abbastanza la simpatica trovata dei vaporetti (anche se a Disneyland sono più colorati.), ma si capisce che se ci fossero dei bei pullman granturismo con aria condizionata sarebbero più a loro agio e che si chiedono perplessi come mai questi fucked latins non abbiano ancora provveduto ad asfaltare i canali. In ogni caso, salgono e scendono dai battelli (sempre e rigorosamente quelli delle linee che dovrebbero essere riservate ai veneziani che lavorano) con snervante lentezza. Particolarmente insidiosa, in tal caso, è la cosiddetta "rulèta" che nel calcio è il particolare dribbling che si effettua girando improvvisamente attorno all'avversario per cambiare direzione. L'avanzato stato di stordimento della maggioranza dei partecipanti fa sì che ad ogni fermata una parte di loro tenti invariabilmente di sbarcare a terra, salvo rientrare all'improvviso a bordo precipitosamente e in pieno caos entrando in collisione con chi sta ancora scendendo. Tale tipo di turista (ma non solo lui, ci sono anche quelli convinti che gli imbarcaderi si muovano...) pensa, infatti, che a Venezia esista una sola fermata: S.Marco e quindi ogni volta che il battello accosta ad un pontile ritengono di essere arrivati. Ogni tanto qualcuno tra i più distratti resta davvero a terra e questo crea agitazione tra i superstiti che secondo i canoni dell'American way of life tentano con indignate proteste di indurre il capitano ad invertire la rotta e recuperare i dispersi, proprio come John Wayne nel film Berretti verdi. Naturalmente l'unica fermata dove non tentano neppure di scendere è proprio quella di S.Marco.

B-Gita Parrocchiale e/o Gita giornaliera mordi (il panino) e fuggi

Queste due tipologie le ho unite assieme perché hanno caratteristiche comuni. Carattere distintivo di questo tipo di comitive è la periodici­tà. Le gite parrocchiali compaiono prevalentemente in primavera, a partire dal ponte di Pasqua e intorno al mese Mariano e sparisco­no ai primi apparire dei bikini da Piazza quando gli subentrano le gite giornaliere mordi (il panino) e fuggi scaricate senza sosta dai bus turistici al Tronchetto o dai lancioni sulla Riva degli Schiavoni nei mesi estivi. Tutti costoro si muovono in prevalenza a piedi creando lunghe fiumane lungo Strada Nova, calle lunga San Polo e le Mercerie, ma talvolta si trovano in gran numero anche sui vaporetti della linea 1 che di fermata in fermata percorrono lentissimi tutto il Canal Grande in modo che loro possano occupare qualsiasi spazio all'aperto a prora, a poppa e davanti ai barcarizzi per fare fotografie. Le gite parrocchiali si trovano facilmente intorno alle principali chiese e basiliche per ovvi motivi ideologici le altre soprattutto in Piazza e nelle direttrici di transito tra Rialto, la stazione e San Marco. Tra i segni distintivi di questi appassiti visitors parrocchiali si annoverano: strani dialetti basso-padani o apulo-sannitici, età avanzata, fisico tarchiato, abiti dimessi e/o da festa paesana, scia di briciole di pane e di bucce di mortadella (quella con i riflessi arcobaleno, da 50 centesimi all’etto), una forte concentrazione di parroci e suore da pastore. Sono molto spartani nello stile di vita perché pare non abbisognino di altro per dissetarsi se non di un bottiglione tappo corona di Cabernet del discount tagliato con l’Idrolitina.


Con l'estate arrivano i plotoni del turismo mordi (il panino) e fuggi.

Le comitive giornaliere mordi (il panino) e fuggi, invece sono prevalentemente cosmopolite, di età media abbastanza giovane e indossano solitamente jeans corti e sdruciti, magliette da squadra di calcio o tipo Michigan University e t-shirt con frasi idiote, canottiere con le ascelle bene in vista oltre alle immancabili infradito e le scarpe Adidas da jogging indossate senza calzino, per la gioia di chi gli siederà accanto in vaporetto. Costoro, che sciamano per le calli trasformate in suk alla ricerca della paccottiglia souvenir che gli consenta di dire di essere stati a Venezia, avanzano con lo stesso incedere indolente della processione tarantina dei Perdoni (due passi avanti e uno indietro), si ammassano solitamente nel triangolo tra Rialto, i Frari e San Marco e si nutrono esclusivamente di street food, quindi panini con la mortadella, kebab e pizzette da addentare trangugiando lattine di Fanta, Coca o birra che poi verranno abbandonate schiacciate sul posto, gettate in canale o infilate tra le inferriate delle finestre dei palazzi. Consumano di solito i pasti seduti sui gradini delle Procuratie (se non arrivano i vigili) su quelli dei ponti, sulle panchine dei Giardinetti Napoleonici e a volte anche seduti sul bordo di Riva degli Schiavoni con i piedi penzolanti nell'acqua e combattendo con i gabbiani. Completamente sprovvisti della benché minima nozione storica e di buon gusto acquistano esclusivamente da quei simpatici tagliagole delle bancarelle le cose più repellenti senza battere ciglio, purché ritenute (da loro) economiche. Sono quindi ripuliti fino alle mutande per l’acquisto di maschere da Pierrot Lunaire con lacrima di lustrini, merletti di Burano made in Taiwan (ma fatti laggiù rigorosamente a mano!), orsetti in peluche con remo e cappello da gondoliere, magliette I love Venice, pellicole Kodak scadute nel 1967, torri di Pisa, David, Bronzetti di Riace e tronchetti di abete con veduta dolomitica e saluti dalla Val Gardena. Talvolta arrivano fino all'acquisto (con mutuo ipotecario) delle rivoltanti coppiette di damini e damine di vetro fatte a Poggibonsi (notoriamente in provincia di Murano) che nelle case più raffinate hanno preso il posto, insieme con le immagini di Papa Giovanni XXIII e di J.F. Kennedy serigrafate su piatto (tanto care alle gite parrocchiali), della tradizionale gondola in plastica con la ballerina in tutù che danza il valzer delle candele al suono del carillon. A fine gita, e nell'attesa di rientrare sul bus o sul battello che li riporterà nei loro lontani alberghi o campeggi, in disciplinata coda nelle calli più buie aspettano il turno per orinare contro i muri perché i bar a Venezia hanno sempre il bagno guasto per chi non consuma.

C- Giapponesi

Arrivano sempre più numerosi grazie a degli Europa Tour organizzati in modo che solo la leggendaria pazienza orientale può reggere. Infatti in soli quattro giorni (compresi il volo d’andata e il ritorno per Tokyo) gli Jap riescono di solito a vedere Parigi, Londra, Roma, Amsterdam, la Torre di Pisa e Venezia. Il vero divertimento lo devono provare, una volta a casa, nel riordinare le fotografie e cercare di ricordare se il Colosseo era ad Amsterdam o a Pisa. In realtà di fronte alla nostra cultura devono provare lo stesso senso d’impotente estraneità che proviamo noi di fronte al teatro Kabuki o ai lottatori di Sumo. Camminano silenziosi, irregimentati in plotoncini e sono molto popolari tra i gondolieri e i ristoratori veneziani perché possono essere stipati anche in dieci per gondola (o tavolo) e pagano senza fiatare qualsiasi conto gli sia presentato. anche quello dei vicini.

Mai dire banzai...

Anni fa ho letto di alcuni giapponesi che avevano pagato un’aragosta di poco più di un chilo la bellezza di quattrocento euro. Nel caso in questione uno di loro, avvertendo una volta tanto...un senso di pressione dolorosa nell’apposita scanalatura posteriore, chiese timidamente lumi ad un vigile che trenta secondi dopo aveva già fatto sigillare il locale. Anche loro affrontano dunque, con lo stoico coraggio dei samurai, qualsiasi cibo gli sia offerto come tipical venetian food, comprese le olive ascolane o la caprese di pomodoro e mozzarella industriale.

L'unico disappunto su quei volti altrimenti imperscrutabili lo noti quando cercano invano di utilizzare i grissini torinesi come bacchette. Ogni volta che la bacchetta si sbriciola scuotono sconfortati i loro craponi orientali emettendo strani suoni gutturali. Lo stesso accade quando il cameriere, dopo essersi visto cortesemente rifiutare l’imposizione automatica del sedicente prosecco della casa, gli porta una fumante tazzina alla volta di Tè Ati nuovo raccolto (ogni mezz'ora e con crescente malagrazia.) .
Non disturbano, quindi, gli orientali Jap, ma, essendo dappertutto e numerosissimi, alla fine sono fastidiosi come uno sciame di chironomidi .

D-Gita scolastica.

È il tipo di comitiva più micidiale. Rasenta il codice penale, nel senso che è molto duro resistere alla tentazione di farsi giustizia da sé, come un qualsiasi Exterminator, scaraventando a mare una buona parte dei suoi componenti. Fortunatamente tale tipo di comitiva si esaurisce in pochi mesi, in concomitanza con gli esami e le vacanze estive. Caratteristica dell’orda è quella di essere, una volta a bordo di un motoscafo, in perpetuo movimento e comunque completamente disinteressata al fatto di stare a Venezia e non a Suzzara, a Garbagnate o a Cesano Boscone.

Nel breve tratto di una corsa tra Piazzale Roma e S.Marco nascono repentini amori, litigi selvaggi, e appassionate dispute calcistiche sotto lo sguardo assente di docenti presumibilmente avviliti dalla qualifica di dipendente statale o dal proprio precariato. I pochi che simulano una qualche strumentale attenzione per l'ambiente circostante, in vista degli scrutini finali, si abbandonano a ripetute e gioiose esclamazioni di: "Guarda! Ci stanno le gondole per davvero..." dandosi di gomito e sbracciandosi festosi ad ogni natante incrociato, fosse pure la bettolina degli spazzini. Siccome il darsi di gomito è contagioso come il passaparola, dopo un po' ti troverai coinvolto tuo malgrado e ti sembrerà di giocare a rugby contro gli All Blacks. Questo tipo di mucchio selvaggio appena preso terra svolge subito un intensa attività sportiva che prevede alcune innovative discipline agonistiche. Tali sono, infatti, le gare di suona il campanello e fuggi, di salta pozzo e, soprattutto, di Fanta-calcio.

Il Fanta-calcio si gioca per l'appunto con una lattina vuota della nota bevanda e due squadre di trentacinque/quaranta gioca­tori con tre portieri per parte. Il gioco riesce particolarmente bene se si svolge in un campo di particolare transito o in Piazza S. Marco. Si segna il punto quando la lattina, cannoneggiata alla Ibrahimovic, colpisce alla nuca una qualche vecchietta di passaggio. Lo sdeng! che ne consegue costituisce il segnale acustico del punto conseguito.
I pochi restii all'attività fisica possono dedicarsi con profit­to alle creative suggestioni del disegno e/o incisione con pennarello e/o mazzo di chiavi. Fioriscono così veri e propri capolavori in stile elvetico, goti­co, Bodoni e New wave tra i quali possiamo citare un monumentale: Elvis lives! (portici del Palazzo Ducale), uno sportiveggiante: romanisti feroci, laziali veloci. (interno Basilica), un vigoroso e perentorio: III Magistrale Ist. G. Deledda (Scuola grande S.Rocco) in pennarello fluorescente, uno struggente: Deborah, ti amo ancora e, per finire, un postmoderno e francamente pettegolo: Cinzia F. fa l'amore con Gigi (auguri e figli maschi!).


Il Ponte dell'Ovo, in pieno centro, istoriato dall'imbecillità umana

Quando ero studente io, e qui lo dico con invidia, le nostre gite scolastiche si spingevano al massimo a Cividale o ad Aquileia, duravano dalla mattina alla sera della domenica e comprendevano obbligatoriamente la Santa Messa (lascio immaginare la devozione con la quale veniva seguita...).
L’unica volta che si fece una gita un po’ più lunghina, addirittura con pernottamento, si andò a Firenze in un albergo che, se non ricordo male, era nella centralissima Via dè Pancani. I professori, come previsto, montavano una guardia feroce alle stanze delle nostre compagne (era il 1966 e l’Italia era ancora terribilmente conformista…) e così noi, rassegnati, ma pur sempre eccitatissimi, ci raggruppammo in una stanza e cominciammo febbrilmente a gonfiare i preservativi che uno di noi (non si sa per farne che...) si era portato dietro. I graziosi ed inconfondibili palloncini ottenuti erano poi fatti uscire dalla finestra tra le risate generali e varie considerazioni amene sui fratelli Montgolfier. Un professore ne raccolse un paio per strada, davanti alla porta dell'albergo e fu grande scandalo.

Il viaggio di ritorno in treno si trasformò in una sorta d’udienza in tribunale con il professore di chimica in veste di Pubblico Ministero e i sospettati convocati e fatti entrare ad uno ad uno nello scompartimento dei giudici per l'interrogatorio. L'ideatore di tanto delitto contro la pubblica morale fiorentina, individuato grazie alla delazione del suo compagno di banco scoppiato in lacrime, fu sospeso per una settimana e le famiglie degli altri lanciatori furono avvisate del malfatto. Indovinate chi era?

martedì 14 febbraio 2017

Zibaldone ferrarese

Tempo fa ho appreso casualmente che una mia cara amica di blog e di Facebook oltre alla passione per la montagna e per il narrare divertita il mondo dei propri affetti e le piccole vicende di tutti i giorni (che poi sono il sale della vita) condivideva con me anche l’amore per Ferrara. Tutti e due et pour bonne cause. Lei, infatti, ha sposato felicemente un ferrarese (e ne parla oggi sul suo blog) mentre io, invece…. beh, faccio prima a raccontarvelo. 

Intanto dovete sapere che grazie alla bella idea di rinchiudermi a chiave nel suo studio con l’allora preside della facoltà di Giurisprudenza di Padova annunciandogli che non saremmo usciti di lì finché non mi avesse apposto sul libretto la firma necessaria per sostenere il suo esame che mi negava per ripicca (l’avevo contestato in assemblea per le sue continue assenze) ma, soprattutto, grazie alla sbadataggine di non accorgermi che nello studio c’era una seconda porta da cui il professore uscì subito a chiamare i bidelli per farmi allontanare, sono stato costretto a sostenere gli ultimi quattro esami e a discutere la tesi all'Università di Ferrara, dove, peraltro, prendendo spunto dal colore dei libretti universitari padovani, all'epoca si diceva che c’erano più libretti rossi che nella Cina di Mao. E con Ferrara fu subito amore a prima vista. 

Mi piaceva la sua gente, così solida e concreta ma sempre gentile, sorridente e pronta alla battuta bonaria (non come i bolognesi, che sembrano a loro volta tanto cordiali e gentili, ma è solo per farti raccogliere la melina, che sarebbe la versione agreste della saponetta, e annichilirti subito dopo con una battuta ironica), tanto che dopo pochi giorni in facoltà conoscevo tutti e avevo rapporti cordiali perfino con qualche docente, con il quale si poteva chiacchierare amabilmente dopo la lezione e prendere un caffè o una birretta assieme  (lo spritz no perché a quei tempi sull'altra riva del Po te lo preparavano con lo shaker e lo pagavi come un cocktail).

Gironzolando per le viuzze di Ferrara (1971)

Ma soprattutto di Ferrara mi affascinavano l’eleganza discreta di quelle sue case basse senza troppi orpelli se non il colore caldo del mattone che nelle giornate di sole sembrava prendere la luce dell’oro antico e la bellezza quasi sfacciata della Cattedrale contrapposta alla massa possente del Castello Estense che però non aveva l’aria guerresca e cupa dei castelli al nord. Poi, appena abbandonato il traffico di Corso della Giovecca, c’erano solo i silenzi delle stradine interne a farti compagnia e il fruscio discreto delle centinaia biciclette che le percorrevano, il profumo di pane che usciva dai forni (il pane a Ferrara ha un profumo tutto suo, che sa delle cose buone di una volta…) le piccole librerie antiquarie e i vecchi negozietti di carabattole della Ferrara ebraica descritta da Giorgio Bassani e poi la bellezza della vecchia cinta delle mura, con le passeggiate lungo i cammini di ronda e i bastioni.


Ferrara e le sue le biciclette onnipresenti (1972)

A queste scoperte si aggiunsero presto anche quelle enogastronomiche, con l’apparizione salvifica non tanto della salama da sugo (il cui sapore per me è troppo intenso anche se mitigato dal purè di carote) quanto dei cappelli da prete, della coppa di testa e delle bondiole, che acquistavo in una salumeria all'inizio di via Garibaldi, dove tenevano appeso al soffitto ogni ben di Dio e ogni volta che vi entravo andavo in estasi solo per i profumi e se davvero il paradiso esisteva, me lo raffiguravo così. Subito arrivò a ruota anche l’amicizia con quella stupenda persona che è stato Moreno Pellegrini, uomo generoso che allora accoglieva noi studenti nella sua antichissima enoteca “Al brindisi” (la storica Taverna al Chiucchiolino citata dall'Ariosto) a cui si accedeva da un piccolo vicolo scuro a fianco della Cattedrale e oltre a sfamarci con i suoi “pinzini” e i “fulminatopi” (fragranti sfogliatine salate al formaggio) aveva sempre qualche buon consiglio da darci, ascoltava paziente le nostre storie di esami non dati e donne fuggiasche commentando alla fine: "Te sei proprio un patacca..." e ci deliziava con gli assaggi di vini pregiati che stappava senza farsi troppi problemi, soprattutto quando lasciava la moglie a servire al banco e si univa a noi per qualche partita a carte. Lui era anche un appassionatissimo intenditore e collezionista di whisky (la sua cantina, che ci mostrava con orgoglio, aveva bottiglie strepitose che costavano una fortuna) e solo grazie a lui ho potuto scoprire i whisky “affumicati” dell’ isola di Islay e gliene sono immensamente grato. Possiedo ancora oggi alcuni libri che raccontano dei suoi vagabondaggi tra le distillerie scozzesi con tanto di dedica e ne vado orgoglioso.


I libri con dedica di Moreno Pellegrini, dell'enoteca  "Al brindisi"
Una stupenda persona che sono onorato di aver conosciuto.

Poi c’era il negozio di “sfogline” a metà di via Mayr che lavorava la pasta fresca e, se glieli ordinavi, nel giro di una passeggiata in centro ti preparava un vassoio di tortelli di zucca strepitosi, che per anni ho dovuto portare a Venezia per soddisfare le richieste di mamme, zie e poi dell’elfa. Tutta gente che se passavi da Ferrara e non glieli portavi, poi si offendeva (l’elfa soprattutto). Infine, c’era “Prinella”, una modestissima trattoria, scoperta grazie alle rivelazioni di un bidello della facoltà. Si prendeva il 9 fino al capolinea di Quacchio e poi ci si incamminava costeggiando gli argini di un canale per qualche chilometro, dapprima lungo una strada asfaltata, poi per uno sterrato. Da “Prinella” si mangiava solo anguilla, in umido o ai ferri. Quando la cuoca aveva i bioritmi giusti a volte si trovavano anche un risotto di cipolle e Trebbiano che era la fine del mondo e delle tagliatelle caserecce condite con uno di quei ragù che “lasciano pulito il piatto” (anche perché non sarà di bon ton, ma la scarpetta con il pane è inevitabile). Durante gli anni seguenti ci sono andato molte volte e un giorno ho suggerito al titolare di provare a cucinare l’anguilla “all’ara”, come i vetrai di Murano che, per non allontanarsi dal posto di lavoro, la ponevano tagliata in pezzi sul mattone rovente dei forni a cuocere nel suo grasso completamente ricoperta da foglie di alloro. Detto e fatto e ritornando alla trattoria qualche tempo dopo ho trovato sul menù con legittimo orgoglio anche “l’Anguilla alla veneziana” .


Il lungo argine che portava a mangiare le anguille da Prinella

Comunque, la storia del mio amore per Ferrara è più complessa e trae origine dalle otto di sera di un venerdì pomeriggio di ottobre, quando l’elfa ed io rientrando in macchina da Firenze, appena passata Bologna troviamo il solito bel muro di nebbia autunnale ad accoglierci. Facciamo qualche altro chilometro con ansia crescente e strizzando gli occhi per seguire le luci di quelli che ci stavano davanti e che diventavano sempre più fioche nonostante i fendinebbia, poi vediamo all’improvviso dei segnali luminosi lampeggianti e delle fiaccole agitarsi in quella coltre lattiginosa con delle sagome scure ferme davanti a delle auto . E’ la polizia stradale che ci fa segno di fermarci e ci dice che dobbiamo uscire subito a Ferrara Nord perché più avanti, dalle parti di Occhiobello, l’autostrada è bloccata per via di un grosso tamponamento tra una dozzina di camion e auto. A quel punto eseguiamo e ci mettiamo in marcia per rientrare in autostrada a Rovigo, ma ovviamente tra la nebbia, il buio e una zona industriale senza troppe indicazioni inizio a perdermi e ad innervosirmi e anche l’elfa comincia a inquietarsi, tanto che all’ennesima strada che si perde nel nulla della campagna mi dice “Senti… siamo stanchi tutti e due e così andiamo solo a cercare guai. Quindi dormiamo qui a Ferrara nel primo albergo che troviamo e torniamo a casa domani mattina con il chiaro.” 
La guardai sconsolato.“Si, ottima idea…ma il problema è di riuscire a trovarla Ferrara...

Dopo aver girovagato per oltre mezzora con l'elfa sempre più inquieta e già sul: "Beh.. ma se non conosci Ferrara, fai guidare me..." per merito del mio angelo custode passandoci davanti riconosco finalmente la sagoma della stazione e subito mi viene in mente che imboccando il lungo rettilineo di viale Cavour sarei finito diritto in corso della Giovecca e lì, a due passi dal castello, c’era l’albergo Europa dove “scendeva” spesso mia madre che, memore dei nostri (molto) lontani fasti di famiglia, negli alberghi non ci andava come tutti i comuni mortali, ma ci “scendeva”, immagino da qualche carrozza immaginaria.


L'espressione da: com'è che conoscevi già quest'albergo? Contamela giusta...

Arrivati finalmente in albergo che erano le nove passate, la gentilissima signora che ci accoglie alla reception ci dice che se volevamo cenare il ristorante era ancora aperto e accettiamo volentieri. Le lascio i documenti e ci accompagna a tavola. Dopo un po’ fa ritorno tutta sorridente e mi dice allegra porgendomi la mano: “Ma con quel cognome lì lei non poteva mica pensare di sfuggirmi. Lo sa? Ma che piacere rivederla dopo tanti anni… io sono l’Elisa, si ricorda di me?” . Francamente non me ne ricordavo, ma decido di non deluderla e reggo il gioco, così finalmente rammento che lei era la giovane figlia dei proprietari che, ospitando l’albergo una ricca colonia di studenti tra cui molti veneziani, spesso e volentieri ne ospitava anche le feste di laurea (tra cui la mia) e quelle di compleanno a cui lei era invitata per definizione anche perché era nostra coetanea e pure carina (e in più portava delle amiche). Terminati tutti i convenevoli e gli amarcord sulle conoscenze comuni mi attraversò di colpo il cervello una strana idea, che sembrava suggerita da una voce arrivata da chissà dove: “Senta… se è libera, potremmo avere la stanza numero tre? Mia madre vi ha dormito diverse volte e si raccomandava che la vedessi perché diceva che era bellissima. Così mi è rimasta la curiosità”.


In posa turistica sulle scale del Municipio di Ferrara

La signora Elisa mi guardò stupita non tanto per la richiesta quanto per la rivelazione.“Come è possibile? Sua madre ha dormito nella stanza di Giuseppe Verdi? Ma quanto tempo fa?” 
Saranno almeno vent'anni… perché?” 
Beh… allora me lo spiego perché la stanza all'epoca era ancora disponibile. Non è una stanza normale, ma sarebbe la suite dove sono passati nel tempo tanti personaggi celebri, però da qualche tempo la facciamo solo visitare ai clienti che ce lo chiedono come se fosse un piccolo museo perché gli arredi sono ancora quelli originali e vorremmo evitare che… “ 
Fece una pausa e prima che le dicessi che se la cosa era un problema sarebbe andata benissimo qualsiasi altra stanza, mi disse. “Va bene… se ci ha dormito la madre ci può dormire anche il figlio, no? Vi chiuderò solo la porta del salottino perché tanto quello non vi serve. Il tempo che cenate e ve la faccio preparare.”. Così, appena alzati da tavola ci condusse a prendere possesso della nostra camera che era comunicante con un salotto graziosissimo arredato con poltroncine, trumeau e tappezzerie dell’epoca, con il soffitto affrescato e tanto di pianoforte usato dal maestro quando era ospite dell'albergo oltre ad avere vari ritratti alle pareti tra i quali uno di Napoleone e Giuseppina, che sembrava fosse stato donato dall'imperatore in persona per riconoscenza dopo un soggiorno (a sbafo). 
Ma quella che ci colpì di più era la camera da letto, insolitamente spaziosa e dalle grandi finestre che si affacciavano proprio sul Corso della Giovecca, arredata con pochi e semplici mobili dell’‘800 che garantivano giusto l’essenziale. L’unico accessorio in dotazione era un piccolo treppiede che, oltre ad un asciugamano in lino con le frange, sorreggeva una brocca e una bacinella smaltate, di quelle che a quel tempo si usavano per le abluzioni). 

Tutto quell'arredo però aveva l’aria di casa perché era identico a quel che mia nonna materna si era portata ai primi del '900 dalle sue campagne del Monferrato. Compreso il grande letto in noce e l’armadio ad un’anta con la specchiera che facevano bella mostra di sé sopra una palladiana di splendide piastrelle in cotto a due sfumature diverse e che profumava di cera. Guardai la stanza affascinato, come al cospetto di un luogo magico in cui mi sembrava di esserci stato da sempre e dopo aver incrociato lo sguardo intenso dell’elfa capii che provava la mia stessa sensazione. Prima di andare a dormire ci regalammo una romantica passeggiata notturna nel silenzio di Ferrara avvolta dalla nebbia e il seguito lo potete immaginare.


Quella che s'impadronisce del tuo pigiama e della tua marmellata e che
tra poco, appena posato il caffelatte, ti rivelerà che avremo un bambino...

La scena seguente si svolge circa un mese dopo questi fatti e siamo in una piovosa mattina di novembre nella cucina della mia minuscola casetta veneziana di calle del Pestrin con vista su tetti e comignoli fradici di pioggia. Stavo trangugiando il caffelatte nel solito disperato e vano tentativo di svegliarmi e di rispondere alle domande: “chi sono, da dove vengo, chi è questa ragazza con il mio pigiama addosso che mi osserva ridacchiando forse perché è la criminale che appena alzata ha spalancato tutte le finestre per farmi prendere la polmonite e, soprattutto, perché sto bevendo questo intruglio inzuppandoci savoiardi infiappiti quando potrei prendere un bel caffè con la brioche calda di forno al bar in calle?”. In quell'istante incrociai lo sguardo dell’elfa (l‘avevo finalmente riconosciuta) che mi fronteggiava apparentemente ostile con le braccia conserte.

Siccome lei potrebbe dare lezioni a Von Clausevitz sull’efficacia dell’attacco preventivo, soprattutto quando si ha la coscienza sporca nei miei confronti, esordì subito con un “Guai a te se ti lamenti dei biscotti scaduti, che in questa casa si buttano sempre via tante cose ancora buonissime…” 
Si, ma erano aperti da due settimane, magari hanno anche fatto le camole…” 
No ho controllato… non ce n’erano” 
Forse perché i savoiardi erano talmente infiappiti che saranno volate a suicidarsi nel caffè, che, tra l'altro, sa di metallo e sembra fatto con le carrube. E’ scaduto anche lui?” 
No, è solo il caffè di ieri riscaldato, così forse capisci che la devi smettere di usare la caffettiera per quattro quando in questa casa siamo in due (breve pausa )…anzi, in tre.


Born in the USL, ma forse concepito proprio a Ferrara

Quest’ultima frase dell’elfa mi sorprese perché arrivando dallo scientifico e avendo fatto economia aziendale, qualche dimestichezza con il far di conto la doveva avere. Ma non feci tempo a farle notare l’errore di calcolo poiché la stessa noncuranza con cui mi avrebbe detto che c'era da comperare il pane, Morena mi disse: "Comunque, non so se ti può interessare... (altra pausa sapiente per dosare l’effetto)... ma credo d’essere incinta! "

Mi cascò il biscotto nella scodella (cosa che odio) e rimasi seduto a guardarla a bocca aperta finché lei riprese con la sua aria da sfottere: "Oh! Guarda che se vuoi puoi anche darmi un bacio, ma solo se ti sembra opportuno... ". Glielo diedi, ma non è questo il punto: quasi certamente sarà successo in un altro momento, visto che in quel periodo ci eravamo messi d’impegno per avere il bimbo che volevamo, però mi diverte ancora pensare che il nostro giovanotto possa essere stato messo in cantiere proprio in quella notte nebbiosa, nella stanza numero tre dell’Albergo Europa e nello stesso letto in noce dove aveva dormito Giuseppe Verdi e forse anche Napoleone con Giuseppina. Mica è da tutti, no?